LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

La tradotta
Ho ripreso, questa settimana, le mie trasferte a Bressanone. Insegno, proprio lì sotto le vette. Il viaggio, settimanale, per un trimestre, da Bologna alla cittadella del Principe Vescovo, è lungo,a tratti sembra infinito, porta il viaggiatore al centro dei disservizi di Trenitalia. Tutti. Dall’orario, sempre approssimato per difetto, alla sicurezza - passiamo accanto allo spettro tragico di Crevalcore - alla pulizia, tanto predicata da esaurire, sembra, nella predica, ogni sforzo, alla ristrutturazione selvaggia che ha rarefatto personale e stazioni. Trovare un bigliettaio sarebbe come vincere al Lotto. Ma il lavoro dopo tanti anni di vita politica, mi ringiovanisce e l’avventura stanca ma non spiace. All’andata non mancano mai colleghi, docenti della facoltà di Scienze della formazione di Bologna che “espatriano” il loro sapere a Bolzano e, appunto, a “Brixen”. L’ora è assai mattutina e sembra adatta a gente come noi, e a manager di seconda fila, quasi tutti un po’ di sinistra e un po’ intellettuali. Si vede da come vestono. Non troverete mai un colore blu’, una giacca della stessa tinta dei pantaloni. Se parlo con qualcuno che mi racconta di essere un “imprenditore”, subito scopro che è un responsabile della catena del commercio equo e solidale. Gente buona, insomma, ma troppo uguale a me.Non c’è gusto. Il bello invece viene al ritorno. Parto la sera alle sei dalla stazioncina alpina, piena di ragazzini tedeschi e di contadini indiani. Per primi scendono i Sick, nelle stazioni-cascinali dai nomi asburgici. Dopo meno di un’ora si svuota la carrozza: sciamano anche i mini-tedeschi. E, d’incanto, appare una strana Italia. Carovane di pugliesi, troveranno la coincidenza per Lecce proprio a Bologna - a tarda notte, fanno vedere che gli emigranti esistono ancora. Nessuno ne parla, ma dal Sud si viene ancora al Nord per lavorare. E in tanti. Gli sguardi sono miti, segnati dalle rughe dei cantieri. E’ gente calma e dolce, dauni, figli di quel popolo delle pietre che ha costruito il Salento dei muretti, dei dolmen e dei Menhir. Mi chiedono come andrà, che ne sarà dell’Italia, se ci sarà lavoro. Berlusconi non piace. Ma l’Euro ha svuotato le tasche. Hai un bel da spiegare che “il problema è un altro”. La paura è quella di aver passato tutta la vita a travagliare per niente. Assolutamente niente. Dopo Trento salgono le ragazze di vita nigeriane, liberiane, del Camerun. Sono come tutte “quelle”, di ogni parte del mondo. Parlano a voce alta, con troppo coraggio. Hanno un sonno incoercibile e, quando dormono, torna su di loro la distesa pietas della femminilità. Diventano belle. Un gruppo di ragazzi marocchini parla fitto fitto in veneto. Scendono a Nogara. Anche loro muratori. L’italiano l’hanno imparato spendendo i soldi dai fornai e dai discount. Sono molto seri. Parlano sempre della famiglia lontana. Mai di donne. Il pudore è più forte e rispettoso. Anche questo è Islam, penso, ma chi lo sa? Inseguiti ogni giorno- come siamo - dai TG pieni di bombe di Osama e dalla vita di città, con nugoli di spacciatori maghrebini, ad ogni colonna, in via Zamboni. Io passo il tempo parlando, da gruppo a gruppo, un po’ di tutto. Di solito mi capita di fare da “torre”, o da “pivot”. Le parole che mi rivolgono le smisto ad altri. Così le tribù si scoprono, un poco, e comunicano. Il treno finisce a Bologna. Chi ci arriva si alza mezz’ora prima di dover scendere. Lasciare la tradotta da’ un senso di vita, di liberazione. L’aria della stazione sembra sempre buona, anche se sa di ferro e di pioggia. Un altro viaggio è andato. Avanti, senza troppi saluti. Ognuno al suo gruppo, ognuno al suo piccolo destino.
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DAVIDE FERRARI