LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Un futuro per le scuole Aldini e Sirani
Caso Aldini: il Comune di Bologna ha deciso. Salva una parte dei corsi professionali senza copertura di bilancio, quelli - fra i già soppressi- che hanno avuto una maggiore richiesta da parte delle famiglie e dei ragazzi e sacrifica i rimanenti. Date le basi di partenza, è “un risultato”, comunque, come tutti hanno riconosciuto. Ma il problema rimane. Il Comune si è trovato solo e i soldi non si inventano. Certo è singolare l’avarizia dimostrata, anche da chi, nel mondo dell’impresa, sembra vicino a esponenti politici che si sono stracciate le vesti per le sorte dei corsi. Va però detto che, a maggior ragione, è necessario un progetto preliminare per provare a realizzare il concorso- anche economico- di altre realtà istituzionali e / o private. Le Aldini e le Sirani hanno un nome solido ma non basta. Bisogna promuovere queste scuole come uno dei punti strategici per la qualità dell’intero sistema formativo. Vedo due punti critici di questo sistema, dove si impone un rinnovato intervento a finalità pubblica. Il primo è nella formazione alta e medio alta , un altro nella mancanza di adeguato sostegno alla capacità del sistema scolastico e di F.P di recuperare fasce a rischio. Una biforcazione, dunque, due strade, che vanno percorse entrambe. Non per forza con la risorsa ed il nome Aldini. Ma dove pure sarebbe possibile unificare diversi interventi e strumenti del Comune e anche di altre istituzioni locali. In ogni caso l’intervento pubblico locale va ripensato, e perchè non farlo a partire dalle Aldini che ne rappresentano l’entità di gran lunga più “massiccia” e significativa!? Serve in primo luogo una struttura più forte e libera per reggere le scuole Aldini del domani. Uno strumento nuovo, che non dovrà sostituire i collegi dei docenti, e la loro autonomia ma potrebbe fornire alle scuole un retroterra di risorse e di indirizzi. Occorre realizzare un rapporto molto stretto con le imprese e con la Provincia e la Regione, per giungere ad una “forma” strutturale moderna e adeguatamente finanziata. Una forma a forte e permanente intervento pubblico ma dove sia presente il mondo produttivo. Con uno slogan vorrei dire che: “Le scuole comunali devono diventare scuole della comunità bolognese e regionale. Ripensare forme e contenuti è un lavoro complesso che deve vedere una guida politica chiara e la massima partecipazione dei docenti, dei lavoratori e delle stesse associazioni dei diplomati. E le organizzazioni sindacali avranno molto da dire, come le associazioni produttive. Bisogna quindi saldare immediatamente un lavoro comune, pur nelle responsabilità diverse, che vada ben oltre le pur giuste elencazioni delle difficoltà di bilancio da parte del Comune, e le altrettanto giuste rivendicazioni da parte dei lavoratori degli istituti. Anche Regione e Provincia non possono rispondere, se lo hanno fatto, che le Aldini sono uno fra i tanti centri di formazione qualificati. Dire così significa non comprendere una linea di sviluppo possibile per la nostra economia. Bologna non è una città come le altre. Ma a Bologna c’è la forza di gravità per raggiungere su alcuni punti una specificità ed eccellenza di servizio a tutta la Provincia e la Regione. Mi rivolgo alla Regione Emilia-Romagna. Nella scuola e nella formazione lo standard da raggiungere deve basarsi: sull’ espansione della presenza delle scuole secondarie superiori “generaliste” per raggiungere un vero obbligo formativo ai 18 anni, ma, insieme, sulla realizzazione di alcuni poli di alta qualità, più professionalizzanti, legati a vocazioni distrettuali consolidate e/o a punti possibili di innovazione dell’economia. Così per la meccanica, che va rilanciata, e così per le professioni comunicative e dei servizi, che vanno fortemente sviluppate. Distretto territoriale meccanico, tipica forza bolognese, e nuovo distretto regionale dell’ICT, comunicazione e nuove tecnologie, hanno e avranno bisogno di scuole di riferimento. Se già non lo sono le Aldini potrebbero diventarlo. Questo per la formazione medio alta e alta. Per il recupero dei “drop out” invece il discorso va fatto, sempre con le imprese, ma più direttamente con la Provincia. Serve o no un punto di proposta di curricoli flessibili e sperimentali, fino a vere e propri cura di percorsi individualizzati, rivolti alle scuole secondarie e ai centroi di FP per aiutarli a non far sparire dalle possibilità di una vita dignitosa, olteche’ dallo studio e dal lavoro ragazzi che hanno già trovato difficoltà. Pensiamo alla esplosiva questione dell’integrazione da alunni extracomunitari. Serve un centro per l’educazione, l’integrazione ed il recupero formativo. Il Comune potrebbe, anche razionalizzando i molti interventi che già porta avanti, candidarsi a mettere in piedi un “luogo” così. e, perchè no?, proprio con il medesimo marchio delle proprie storiche scuole tecniche. Se non basta più istruire quadri operai specializzati e intermedi dell’industria classica, il modo per provare ad uscire da una crisi che non è solo di risorse è quello di guardare in alto, verso un modello di Liceo tecnologico agile e moderno, verso master e raccodi con imprese ed Università, e insieme dare qualità a chi recupera chi sta in basso ma potrebbe diventare decisivo per la nostra società ed il nostro tessuto produttivo. Cambiare per per crescere, e avere la certezza di poter crescere per avere la forza di cambiare: questo è il punto.
Scrivete le vostre opinioni a:
davideferrari@yahoo.com

DAVIDE FERRARI