LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Riccomini, Riccomini!
Richiesto dal Circolo Arci Benassi ho scritto, questa settimana, un breve articolo di “benvenuto” al Prof. Eugenio Riccomini che, lì, andava a tenere una conferenza. Rileggendolo mi è sembrato adatto alla nostra rubrica. Eccolo qui.
Ho sentito pronunciare per la prima volta il suo cognome da Renzo Imbeni. Doveva essere il 1980. Era un incontro tra Pci e Pdup. Imbeni presentava a noi, di quel piccolo partito di benintenzionati, la lista per le amministrative e il nome del Professore era quello di un candidato che poteva dare “un contributo sull’arte”. Così lo definiva Imbeni, con il rispetto nobile che il PCI, partito di tanti che a scuola non avevano potuto andare, aveva per gli intellettuali. Poi sono passati gli anni e, conferenza dopo conferenza, il mito di Eugenio è cresciuto. Assessore alla cultura, poi Vicesindaco, soprattutto il Professore dei cittadini. Il più amato. Il suo rapporto con la politica è sempre stato assiduo, denso d’impegno, ma disinvolto. Famosa restò la sua frase su un uomo politico che insisteva troppo nel volersi occupare di cultura. “E’ bello. E’ un vero ‘bronzo’ di Riace. Sì è proprio un bronzo”. L’assonanza possibile era lasciata alla malizia degli ascoltatori, ma lui scherzava, nulla di più. Ricordo Eugenio impegnato con noi ragazzi del movimento per la Pace, in un volantinaggio contro i missili nucleari, a Comiso e ovunque. Ricordate quella battaglia? Per me era normale ma che il Vicesindaco volantinasse non si era mai visto. E poi ricordo quando cominciò a riempire le piazze, anche Piazza Maggiore, parlando di arte. Quasi fosse Vasco Rossi. Qualche anno fa, giorni bui dell’era Deserti, una carognata cercò di metterlo in cattiva luce e dovette lasciare l’incarico, prezioso per Bologna, di direttore dei Musei civici di arte antica. Ma la gente capì. Anche quella che aveva votato Guazzaloca, che perdere Riccomini era un lusso che Bologna non si poteva permettere. Il Palazzo rimase freddo ma i cittadini no. Lo si capì una volta di più quando, passata quell’epoca, una sua pubblicazione uscita a fascicoli con il quotidiano “Il Domani”, un bel giornale ma alle prime armi, si trasformò in un boom editoriale. Oggi quei fascicoli, ed il volume che li rilega, sono oggetto di culto in tante famiglie. Alla “Casa dei pensieri”, alla Festa dell’Unità, viene ogni anno. Ed ogni anno inizia, puntuale, con una battuta pungente sul colore rosso che manca, o abbiamo troppo stinto, e così via. Poi passa oltre e ci abbraccia con le parole, semplici ed eleganti. Una volta ha detto che Van Gogh dipingeva male. Voleva dire che da centocinquantanni non si riesce più a dipingere con la tecnica sublime degli antichi. Un’altra volta ha invitato a scavare sotto i viali di cinconvallazione degli enormi garages per risolvere il problema di lasciare le auto e riprendere a piedi il cammino della città. Ogni suo intervento fa pensare. Bologna non sempre conosce se stessa, Vitale, Guido Reni, i Carracci, Morandi, ma sa che, se ne parla Riccomini, siamo un po’ più ricchi, in Italia e nel mondo, tutti noi bolognesi.
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DAVIDE FERRARI