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Primo Levi: un buon inizio
Inizio di cosa? Di Casadeipensieri2007, la rassegna culturale della Festa dell’Unità, al Parco Nord, a Bologna. Primo Levi: è stato al centro dell’inaugurazione della Festa, a vent’anni della sua scomparsa, venerdì 24 agosto.
Ieri e oggi. In Primo Levi ci s’imbatte continuamente. Nella ripetizione delle situazioni che ha descritto, nel verificarsi delle profezie che ha lasciato. Ricordiamo che, ad esempio, quando, Finita la guerra civile nella ex Jugoslavia, l’Istituto di Cultura di Zagabria cercava di rimettere la cultura di quel paese al passo con il mondo, e cercava qualche opera italiana da far tradurre subito: uno scrittore italiano consigliò Primo Levi. Loro erano appena usciti da una feroce pulizia etnica e Primo Levi aveva raccontato una specialissima storicamente unica tragedia avvenuta nel cuore del mondo più avanzato, civilizzato e colto, dentro la quale si poteva leggere tutta l’infinità del male del quale sono capaci non solo i singoli uomini, ma le società e gli Stati. Nel mondo ogni giorno si ripete la scoperta della propria razza, non come identità culturale, ma come metro di misura della propria umanità, io sì gli altri no, non sono uomini, e si valutano le altre persone, cristallizzandole in razze, in base all’utilità che possono offrire a noi: la maggiore o minore utilità, non solo economica ma anche ideologica, stabilisce il nostro comportamento, accettazione, tolleranza, persecuzione e sfruttamento, sterminio. L’Italia e la cultura italiana, la sua letteratura, ha un orgoglio particolare nell’avere una persona come Primo Levi, ma ha anche una responsabilità grave e particolare. Andare verso Levi, leggerlo e rileggerlo, deve essere una occasione di riflessione e apprendimento ma anche di presa di coscienza del peso della storia. Siamo stati dentro a quel sistema. In pieno. Ne siamo usciti a fatica. Ma molte parti del mondo ci sono ancora dentro. “Come disse una volta Primo Levi, noi non ci saremmo mai accorti di essere ebrei se non ce lo avessero dimostrato in modo alquanto persuasivo”. Il ricordo della persecuzione razziale operata dal fascismo è una vicenda spesso rimossa o minimizzata con la formula troppo generica degli “italiani brava gente”, E’ vero, vi fu una vasta impopolarità della persecuzione, ma ciò non significa però che essa suscitasse reazioni oltre a quelle di persone o realtà troppo singolari, importanti ma isolate. L’edificio del credito concesso al fascismo dalla società italiana cominciava a scricchiolare, ma ci vollero ben altre esperienze negative prima che le strutture vacillassero. Ogni provvedimento restrittivo per gli ebrei poteva contare sulla complicità di chi desiderava il loro posto o voleva qualche piccola vendetta. Si trattava di poche persone, ma pochi erano anche i colpevoli di “pietismo filogiudaico” - espressione allora inventata dai fascisti - di tipo attivo e solidale. Come stanno le cose oggi? Da una parte il nazismo ha offerto un capitale di antisemitismo moderno cui si può sempre ricorrere; dall’altra il prosperare del fondamentalismo rimette all’ordine del giorno un tipo di antisemitismo che si sperava superato. E, d’altra parte, per quanto sapesse di copiato, l’antisemitismo italiano aveva la sua efficacia, oggi non morta e anzi sottovalutata grazie alla nuova prosperità e arroganza del neofascismo accordatosi al berlusconismo e troppo poco combattuto da un revisionismo culturale indistinto. Ci sono germi di intolleranza e razzismo anche in frange, non sempre secondarie, di un ribellismo che si definisce “antimperialista”. E c’è molta radice del male in qualcosa che è precedente ad un orientamento politico qualsiasi e per questo più pericoloso e diffuso. Il senso che tutto è in pericolo, sottoposto ad attacco e quindi tale da meritare la barbarie come risposta, una risposta che nella violenza ritrovi le sicurezze perdute. Per fortuna ci sono ancora testimoni che conservano, per dirla con Primo Levi, la “memoria dell’offesa”. Bisogne e si può reagire. A qualcosa, come afferma un detto francese, la tragedia deve pur servire, anche in tempi in cui nulla sembra essere servito a nulla. Bisogna ridare forza alla speranza e contenuto all’impegno democratico. Una importante occasione è diventata la giornata della memoria. Il 27 gennaio 1945 venivano aperti i cancelli di Auschwitz. Il 20 luglio 2000 lo Stato Italiano ha istituito per quella data il “Giorno della memoria” al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Ma non basta e non deve diventare una routine burocratica. Il punto è mantenere alta la ricerca culturale, sapere e far sapere che vi sono stati uomini e donne non solo vittime ma capaci di lasciare una lezione per tutta l’umanità dalla loro esperienza. Per il perseguitato, per il torturato, per il braccato, per la vittima sopravvissuta allo sterminio forse la fiducia nell’uomo può essere perduta per sempre, spezzata, questo anche ha scritto Primo Levi.Una lezione non consolatoria, tragica. E imparare da una lezione razionale, non scritta ad edificazione, ma a testimonianza di verità è duro e difficile. Ma è necessario. Non farlo merita la maledizione di “Se questo è un uomo”:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


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DAVIDE FERRARI