Un
pizzico di sorridente follia
Ho avuto l’ardire di chiedere al professor Eugenio Riccomini una
presentazione alla raccolta degli articoli che vado scrivendo per questa
rubrica e per il sito www.bolognaeprovincia.com. Mi ha risposto con
cortesia, non ne dubitavo, e con una simpatia che mi onora. Grazie,
davvero. E grazie a voi, a tutti quegli amici che Riccomini cita. Dai
suggerimenti che mi inviate quasi sempre nascono queste “idee”.
Poi vengono questi articoli dettati al telefono, fra una riunione e
l’altra, o mentre a piedi raggiungo, di corsa questa o quell’
assemblea, questo o quel “campo di battaglia”. Le polemiche
politiche, i doveri, tutto, è quel che passa. Bologna rimane,
ed è bello provare ad abbracciarla.
Ecco il suo testo.
”C’è come un pizzico di sorridente follia, del tutto
insolita, in queste colloquiali argomentazioni che Davide Ferrari manda
a zonzo per l’etere elettronico, sperando che qualcuno le acchiappi;
e terminano assai spesso, infatti, con un punto interrogativo, con una
domanda che sollecita aiuto, suggerimenti, collaborazione, spunti magari
anch’essi insoliti, o balzani e, beninteso, sorridenti. La cosa
è insolita, appunto: perché l’autore di questi testi
è consigliere comunale, ed anzi capogruppo dello schieramento
di sinistra; sostiene, cioè, un ruolo che da sempre s’immagina
come piuttosto serioso e austero, alieno da fantasie e facezie. Anzi:
è doppiamente insolita; perché, per mezzo secolo, qui
da noi quel ruolo è spettato sempre a rispettabilissimi membri
del Partito Comunista, e mai a nessuno di loro era capitato di sedere
sui banchi dell’opposizione, a far le pulci al governo della città.
Davide Ferrari è il primo (e l’ultimo, se Dio ci aiuta,
e se ci aiutiamo noi tutti) a trovarsi in questa situazione. E forse
è anche per questo che è incline, piuttosto che ad asserire,
a girovagare con la fantasia per la sua, e nostra città, immaginandola
più bella e amena e gradita; per tutti, s’intende: come
ci si attende da un rappresentante della Sinistra, che non starebbe
lì, da quella parte, se non nutrisse speranza di migliorare il
vivere dei suoi compagni, e dei suoi vicini, e insomma dei suoi simili.
A dare una scorsa a questi suoi scritti, che paiono buttati giù
di fretta, prima che l’idea inattesa prenda forma di proposta
o di progetto, s’avverte però una conoscenza anche minuta
di tanti aspetti della città, dei suoi quartieri, delle persone
che ci vivono; e ci si accorge che le sue fantasie sgorgano da altrettante
situazioni di incongruità, di sbadataggine, di trascuratezza
e insomma di malgoverno; da mille occasioni che lo mettono a disagio,
e di cui ha notizia perché è appunto suo compito conoscere
la città, ascoltare le insoddisfazioni dei cittadini, disegnare
qualche intelligente rimedio. Non poche di quelle insoddisfazioni, di
cui probabilmente i cittadini stessi hanno solo confusa conoscenza,
nascono non tanto da cattiva volontà di chi ci governa; quanto
piuttosto da una diffusa carenza di immaginazione, di fantasia. E così,
andando in giro e guardandosi attorno, Ferrari percepisce di continuo
situazioni irrisolte, opportunità non messe a frutto, occasioni
perdute. Ne parla, suppongo, con i tanti amici che s’è
fatto, negli anni, in consiglio comunale e, ancor più, animando
quella “Casa dei pensieri” ove, in ogni festa dell’Unità,
i pensieri si affollano e si rinvigoriscono nel confronto; i pensieri,
merce così rara, di questi tempi, e anche così trascurata
e talora, spesso, derisa. Appaiono, in questi suoi appunti,le carenze
della città. Ci sono, ad esempio, i luoghi vuoti, che non si
sa perché debbano restare vuoti. Vuoto è, ad esempio,
il vastissimo slargo di Piazza Otto Agosto, ove il monumento a quella
lontana insurrezione popolare sventola la sua bandiera su un immenso
lastricato deserto. Non è, questa, un’occasione perduta?
Certo che sì; e Ferrari, ecco, s’immagina di colmare quel
vuoto di colori che si muovono al vento. E poco discosto da lì,
il giardino della Montagnola non ha più (e chi li ricorda ancora,
oggi?) i tanti busti marmorei che, come al Pincio romano, ricordavano
ai cittadini di oggi i cittadini di un tempo, che diedero tempo e vita
alla nostra città. Perché, si chiede Ferrari, non rimettere
a posto quei volti di ottimi concittadini, anche se nel frattempo hanno
subito qualche sfregio e la maggior parte di loro non ha più
il naso? Si potrebbe fare una istruttiva galleria dei nostri antenati
senza naso, ma con una breve biografia accanto; così, almeno,
si saprebbe chi sono stati quei padri della patria che per noi, per
i meno vecchi fra noi, sono solamente nomi di vie, magari centralissime
(via Farini, piazza Minghetti, viale Quirico Filopanti: sì, ma
chi erano? Bel quiz, senza risposta). E così via, toccando i
luoghi e gli argomenti più diversi, e però tutti uniti
dal gran desiderio di rimettere in circolo un amore per la città
che sembra sopito, anche per assenza di immaginazione, o per ignoranza
o incapacità di affrontare le cose. Un esempio ancora, l’ultimo
e, però, il più lampante. Si sono spesi quattrini per
rimettere in sesto una sala del palazzo civico, ove ora si celebrano
una gran quantità di matrimoni (più che nelle nostre chiese,
si dice). Prima si celebravano nella cosiddetta sala rossa, che ha le
pareti, appunto, ricoperte di stoffa damascata rossa, come usava agli
inizi dello scorso secolo. Le nozze in una sala rossa, si vede, non
erano gradite ad una giunta ove quel colore proprio non va giù.
Ma ci si è tutti dimenticati che, nello stesso palazzo e in posizione
assai più comoda, al piano terreno, da più di cent’anni
c’è, perfettamente conservata (e anche visitabile e illustrata
in catalogo, in occasione della mostra “Aemilia Ars”), una
sala splendidamente decorata da Achille Casanova, collaboratore pittorico
di Alfonso Rubbiani; e che quella sala era appunto destinata alla celebrazione
dei matrimoni civili. Perché, allora, non darle una sommaria
ripulita, e rimetterla in onore, e in funzione? Ecco: quesiti di tal
genere, Davide Ferrari ne mette in fila a decine. E, così digitando
sulla sua tastiera, informa i cittadini che magari non sanno; e chiede
il loro parere, e magari il loro sostegno. Vi pare poco? A me sembra
che questa sia una bella impresa, soda nella sostanza e lieve nella
forma. E mi pare anche che sia questo un bel modo, senza tirare nessuno
per la giacca, di ricordare ai cittadini che questa città è
la loro, e che a loro spetta decidere come dovrebbe essere, e come sarà.”
Eugenio Riccòmini
Bologna, 28 febbraio 2004
DAVIDE FERRARI