LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

PD, Bologna, e ora che fare?
Il successo delle “primarie” è stato davvero notevole. Centomila persone hanno votato a Bologna per far nascere bene il Partito Democratico. Tuttavia, già pochi giorni dopo quel 14 ottobre, ci sentiamo rivolgere la domanda: “Quale partito sta nascendo, di quali forme?” A Bologna il quesito non ha la stessa valenza che in altre parti d’Italia. Qui la partecipazione interna ai partiti è ancora molto forte. Riempe la vita, le giornate di migliaia di persone, senza le quali le “forze” del nuovo PD subirebbero un drastico ridimensionamento politico ed operativo. Non si può negare il rischio di una inquietudine, anche diffusa. Personalmente ho scelto un impegno diverso, nell’associazionismo. Ma conosco bene i sentimenti della base dei DS e soprattutto dei “quadri intermedi”. Si vuole cambiare, ma ci si chiede se ancora si esisterà, se la propria esperienza varrà qualcosa. Vedo problemi significativi anche fra gli amici che hanno nel mondo cattolico “organizzato” radici e attualità. Abbiamo troppo rinviato una discussione su “etica e politica” e oggi, tutti, siamo impreparati. Bisogna afferrare i veri valori comuni, il ruolo delle famiglie, la coesione sociale- ad esempio, e non lasciarseli portare via. Qui, in Emilia, sono più radicate le identità, tutte. Non sarà facile, non basterà mediare sugli organigrammi per rassicurare. Bisogna cambiare davvero, a cominciare dalla effettività della vita democratica del nuovo partito. Non è un caso che dalle esperienze del mondo cattolico progressista vengano persone che partecipano al PD con una visione molto netta e valoriale sulle forme della politica. Molti esprimono già disagio su come stiamo andando avanti. Bologna può rovesciare questo disagio, “questi” disagi e essere un laboratorio di unità. Mantenere largo lo spazio della partecipazione è essenziale. Riunire subito, in ogni quartiere, in ogni comune, chi ha partecipato ai Comitati promotori, i militanti ex Ds e ex Margherita, le associazioni e far fare “cose”. Per esempio: fare conoscere, discutere e difendere a ragion veduta l’impegno di Governo, sia nazionale sia locale, che è molto, molto più produttivo di quanto lo si dipinge. E rivolgersi ai cittadini senza ambascie, su temi grandi come il lavoro precario e insicuro, e la scuola, direttamente, come nuovo e innovativo PD, ma non trascurare le opinioni di chi è diverso da noi. “Fare coalizione”, anche fra le persone, è un valore permanente. Molto potrebbero fare gli eletti nelle istituzioni. Certo possono esistere forme, anche odiose, di emarginazione, ma da queste non bisogna lasciarsi condizionare. Un grande eretico, un grande emarginato, ma senza complessi, Padre Ernesto Balducci, mi ha insegnato che il fare, continuare a fare, è l’antidoto migliore contro le scelte, anche quelle più ottuse, delle burocrazie. Posso confermare, avendole, lasciatemi dire, talvolta dovute incontrare e sopportare. Uscire dai palazzi e dal chiacchericcio sui gettoni e sui capigruppo, e riprendere il contatto con i cittadini, anche se lontani dai nostri partiti di provenienza, ricominciare a fare l’agenda dei problemi da affrontare, anche minuti, sostenere le Giunte, “seguire le pratiche”. E’ un lavoro duro ma, quanto mai, indispensabile. Insomma, se solo si pensa ai problemi concreti, l’orizzonte si allarga, non si avverte più la propria “inutilità” o la propria “differenza morale” ma ci si riconosce sulla stessa barca. La barca della democrazia, a Bologna.
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DAVIDE FERRARI