LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

“Nerone? Un bravo ragazzo”
“Conosce Nerone?”- chiedeva Peppino, un mio antico prozio socialista, ad un operaio che gli lavorava in casa. Erano gli anni ’30. “No. Sa è da poco che abito qui”- la risposta. Era durissima essere contro la dittatura in quegli anni e Peppino la prendeva un po’ alla lontana. Provava a discorrere di Nerone, il simbolo del male, per parlare del capoccione in auge, il duce. La risposta tradiva sia i pochi anni di scuola del suo interlocutore, sia una inevitabile prudenza. Nerone, dunque, il simbolo dell’autocrazia folle, il “mostro” come lo defini’ Tacito lasciandolo condannato per sempre nella memoria dell’umanità, anche se non proprio - come si vede- di tutta l’umanita’. Ma è poi vero che Nerone fosse tanto cattivo? E lo fu con tutti, proprio con tutti? Forse no. Leggiamo ancora Tacito. Siamo nel 53 d.C., e gli Annali del grande storico romano riportano: “Grazie ancora al suo patrocinio, fu concesso un aiuto alla colonia di Bologna, distrutta da un incendio, con l’elargizione di dieci milioni di sesterzi. (Annali, XII, 58). Bologna, allora Bononia, ricostruita grazie a Nerone. E senza badare a spese. Dieci milioni! Guarda un po’... se esistiamo ancora è merito suo. Nei primi anni dell’Impero la città era in crescita, si arricchiva l’arredo urbano con chilometri di pavimentazioni stradali, si costruivano le fognature e i canali e l’opera più importante, il famoso acquedotto. Esiste ancora. Convogliava le acque del Setta, nei pressi di Sasso Marconi, per condurle alla città passando per Casalecchio: una galleria di oltre 22 kilometri. L’acqua veniva poi distribuita in città grazie ad una fitta rete di tubi di piombo siti sotto i pavimenti stradali. L’opera impiegò più di 6000 uomini e 12 anni di lavori. Sempre in quel periodo si rinnovarono gli edifici pubblici con largo uso di marmi e quelli privati in cui si diffuse l’uso del mosaico; entrarono in funzione le terme, un teatro, ne scriveremo fra poco, l’arena e le prime fabbriche di tessuti. Bononia era quindi una colonia rilevante, costruita in mattoni e gesso, prelevato dalle cave di Monte Donato. Tuttavia era per lo più fatta di legno, soprattutto le case povere. Ecco scoppiare un incendio. Nel mondo antico, era abbastanza usuale. Ma fu davvero devastante. Avrebbe potuto segnare l’inarrestabile decadenza della città. Ciò invece, non avvenne. Bologna fu ricostruita ancora più bella, dopo un intervento in Senato del giovane Nerone. Lo abbiamo già ricordato, aveva sedici anni, fece pressioni perché si elargisse un contributo per la ricostruzione. Per questo gli venne dedicato il grande teatro cittadino. Nonostante la damnatio memoriae. Qui di Lucio Domizio Nerone ci si ricordò a lungo. Per esempio con un busto panneggiato da una corazza (loricato), rinvenuto ai primi del Cinquecento nell’area di via Carbonesi, non lontano dal negozio della cioccolata Majani, dove appunto si può vedere il resto più cospicuo dell’anfiteatro. Questo torso, conservato ai giorni nostri al Museo Civico Archeologico-viene attribuito appunto al nostro Nerone. Apparteneva ad una statua che originariamente doveva ergersi o sul retro della cavea, o alla sommità di un attico, un “palco” diremmo oggi, oppure nel “foyer”. E ancora: è di Nerone una iscrizione dedicatoria, in lettere in bronzo, ne resta un frammento, datato 60 d.C. Sono, se non ricordo male, parole, versi, di augurio al successo del teatro. (Ma allora era vero che era un poeta!) L’esistenza di due importanti elementi onorari dedicati a Nerone non è casuale e si collega all’amore, ricambiato, dell’imperatore per questa città. In sostanza, così come il resto di Bononia anche l’ampliamento e la ristrutturazione del teatro bolognese sono stati dovuti probabilmente proprio al personale e diretto intervento del “buon” imperatore. Insomma: ”Nerone? Un brev ragazoul. Un bravo ragazzo!”
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DAVIDE FERRARI