LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

L’uomo che “non” incoronò Napoleone
Passeggiando sotto i portici e ri-passeggiando in rete, su Internet, mi sono imbattuto in una curiosa e bella iniziativa. E’ una mostra, il suo titolo si fa notare e ricordare: “L’uomo che incoronò Napoleone”. Dal 2 dicembre al 28 marzo di quest’anno appena iniziato, di questo si tratta, i Musei Civici d’Arte Antica di Bologna, in collaborazione con l’Opera Pia dei Poveri Vergognosi, organizzano una mostra incentrata sulla figura del Cardinale Giovanbattista Caprara. Chi era costui? Fu membro di una illustre famiglia senatoria bolognese, inviato del Papa nella Francia di Napoleone, e, appunto, passò agli onori della cronaca per aver partecipato alla sua incoronazione a Re d’Italia nella cattedrale di Milano. L’occasione dell’esposizione nasce dalla volontà di valorizzare due camici del Cardinale, che sono a Bologna da sempre, in tela d’Olanda, ornati con preziosi pizzi a fuselli della fine del XVIII secolo. Uno di essi è la veste che fu utilizzata durante quella cerimonia dal Caprara. La mostra e il catalogo saranno curati da Silvia Battistini e da Paola Goretti, una nota poetessa che vive a Bologna ed è collaboratrice dei Musei Civici d’Arte Antica. Tutto bene, dunque. Ma un rovello mi è subito salito in capo. “Napoleone non era stato quello che si era incoronato da solo?”. Non aveva pronunciato lui la frase fatidica. “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”!? Allora il Cardinale Caprara si sarà anche vestito per l’occasione, con i pizzi e le volute della sua tonaca patrizia, però non ha affatto incoronato Napoleone. O no? In primo luogo: avvenne l’autoincoronazione, e perché? Avvenne. Anzi avvenne due volte. Secondo la storia, il 26 Maggio del 1805,a Milano, Napoleone si incoronò re d’Italia, ponendosi da solo la Corona Ferrea sul capo, e pronunciando la celebre frase. Ma, qui viene il bello, troviamo in rete, nella “malfida” Internet che, ricordiamolo ai nostri ragazzi che la usano per studiare, è sempre meglio verificare prima di adoperarla come fonte, che, secondo alcuni siti, e non pochi, fu durante un’altra cerimonia di investitura che Napoleone avrebbe carpito da solo e apostrofato la sua corona. Sei mesi prima, il 2 dicembre 1804 a Notre-Dame, a Parigi, dove Napoleone - leggiamo nei siti fedifraghi - “non aspettò che il Papa”, era il cesenate Pio VII, “compisse il gesto rituale di prendere la corona imperiale per porglierla sulla testa. Egli stesso la prese a e se la mise e, nel fare questo gesto pare appunto egli abbia pronunziato la frase”. Insomma si è fatto da solo Imperatore o si è fatto da solo Re? Nel 1804 0 nel 1805? E Caprara, cosa c’entrava? Qualche ora di ricerca mi ha permesso di confermarmi nella verità storica cui allude la mostra di Bologna. No, i siti casarecci hanno torto. No, non c’è dubbio, lo attestano gli atti della storia di Milano e di Monza. E’ la Corona Ferrea che ha suscitato la frase del grande corso. Infatti dopo quasi tre secoli dal 22 Febbraio 1530 quando un altro imperatore, il Carlo V, che proprio a Bologna, nella cappella del Palazzo pubblico, se la vide assicurare dal Papa, è quella corona, l’italiana, che il “già” imperatore volle fortissimamente. Dettò allora una direttiva: “L’antica corona dei re di Lombardia deve trovarsi a Milano, l’Imperatore la sovrapporrà alla corona imperiale”. Così a Milano il 26 maggio, il Bonaparte entrò solennemente in Duomo vestito da Re d’Italia e, al momento dell’incoronazione, prese la Corona Ferrea dall’altare, la guardò, se la pose sul capo dicendo “Dio me l’ha data, guai a chi la toccherà”. L’equivoco nasce probabilmente dal fatto che una qualche sceneggiata il corso aveva fatta anche a Parigi. Fece venire il Papa apposta e la corona doveva essere imposta all’imperatore dal Pontefice. Nossignore. Aveva già deciso di porsela egli stesso sulla testa. E nella chiesa di Nótre-Dame, piena d’invitati e d’autorità, quando verso le ore 9 giunse il Pontefice in una carrozza tirata da otto cavalli, Napoleone non c’era. Arrivò un’ora dopo e, quando venne il momento, prese la corona, voltò le spalle al Papa, se la pose sul capo, poi incoronò Giuseppina, inginocchiata davanti l’altare. Caprara c’era e abbozzò, come Pio VII, contenti entrambi del Concordato e di poter spretare i chierici ammogliatisi numerosi dopo la Revolution. Questo a Parigi. Ma, infine, il nostro Cardinale Caprara, che cosa fece, a Milano, il giorno che “non incoronò” Napoleone? Lo scrivono i cronisti dell’epoca. Il Cardinale, che era stato un grande tessitore dei rapporti fra la Francia post-rivoluzionaria e concordataria e la Santa sede, per tutta quella mattina, fino alle undici e mezza, aspettò il corteo imperiale “alla porta del Duomo con sedici vescovi e dieci vicari”. Napoleone finalmente arrivò, sul capo aveva la corona imperiale, sulle spalle il manto regio di velluto verde, il cui lungo strascico era retto non da un fanciullo ma dal generale Berthier (E’ proprio vero che di fronte al potere si torna tutti bambini!). Poi una folla scintillante e variopinta di grandi ufficiali civili e militari dell’Impero e del Regno. La cerimonia si protrasse per circa tre ore. Cessati i cori, le marce e le preghiere, il cardinale consegnò all’imperatore i simboli del potere, spada, scettro e corona. Napoleone porse la spada al principe Eugenio, figlio di Giuseppina, suo futuro Viceré; quindi accostatosi all’altare, prese la corona ferrea, se la mise in capo, su quella imperiale, e pronunziò le famose parole. Povero Caprara, con le sue vesti infinite, che la mostra ci ripropone, chissà la fatica! Si ricorda anche che lo scettro lo aveva portato fin lì l’avvocato bolognese Antonio Aldini, quello della nota “Villa”. Era un po’ l’Emilio Fede di Napoleone. Aveva assicurato pochi giorni prima la sottomissione universale degli italiani al nuovo Re, pronunziandogli di fronte un discorso in cui lo collocava “al di sopra di Nerva e di Traiano”. Tutto questo incoronarsi da solo aveva un preciso significato politico. Era ben presente a Napoleone ciò che era avvenuto a Carlo Magno, nella notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo. Mentre era in chiesa, inginocchiato in preghiera, fu incoronato a sorpresa dal Papa di allora, che lo salutò re e imperatore del Sacro Romano Impero. Carlo fu preso da una grande collera, e disse successivamente che ad averlo saputo, si sarebbe ben guardato dal mettere piede in quella chiesa. Perché? Se era il Papa a incoronarlo, ciò significava che il potere di Carlo Magno derivava dalla chiesa, che era a lui superiore. Il gesto di Napoleone di incoronarsi da solo, e a ripetizione, non era perciò soltanto un gesto teatrale. Si sentiva erede di Carlo Magno.“Je n’ai pas succedè à Luis XVI, mais à Charlemagne” disse a Pio VII. Si sentiva a rischio di ingerenze papaline. E per questo a Milano chiarì : “Dieu me l’a donneè, garde à qui y touchera!”
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DAVIDE FERRARI