In via Marconi
c’è un negozio
In via Marconi c’è un negozio di pasta e dolci. Non è
un grande esercizio, non ha niente di straordinario. Se non che chi
passa per la via può notarvi, in vetrina, una curiosa serie di
costruzioni in miniatura (S.Luca, le Due Torri, una intera orchestrina
di suonatori jazz, ecc) fatte con spaghettoni, conchiglie, bucatini,
penne, fusilli e tagliatelle. Così, dietro il vetro, le poche
merci, buone per altro, cedono il posto a una strana galleria di arte
poverissima e casta, ingenua e gradevole. Non è una novità,
si dirà, quanti fornai esibiscono torri di pane e navicelle di
mollica? Ma solitamente si tratta di allegorie decorative di negozi
solidi e ricchi, la pompa della sicurezza. Qui no c’è un
tocco più leggero, una verità debolissima ma sincera.
C’è l’arte. Qualcosa di femminile, pensai, la prima
volta che ho fermato lo sguardo. Entrando ho avuto la conferma. Reggono
il negozio tre sorelle, la “scultrice del forno e della cucina”,
e altre due, entrambe gradevoli pittrici. Ivana, Lorella e Graziella.
Non scriverò il loro cognome, ne il numero civico. Non sono sponsor.
Raccontano invece, le sorelle, di una passione artistica tenace, di
materiali cercati a lungo e utilizzati con onestà, senza rinforzi
in ferro o trucchi, per la scultrice-sfoglina, e con una consapevolezza
matura del colore e della prospettiva per la pittrice, quella delle
due che ho potuto incontrare. L’altra, mi dicono, non fa marine
e nature morte, scontate forse ma quanto piacevoli, ma si butta sull’astratto,
fa guizzare qualche fiamma. Tre considerazioni. La prima: come è
formidabile il ruolo di chi svolge commercio con cura e amore, il piccolo
commercio, di chi conosce ciò che vende e ne azzarda un’arte.
Del tutto altro rispetto ai Centri commerciali dove la merce è
standard e intercambiabile come noi, come le persone che li frequentano.
La seconda: l’arte delle donne, come è capace di resistere
a percorsi di vita che la nascondono, ne fanno una passione segreta,
mentre le ore passano, per tutta l’esistenza, a cercare di lavorare,
di realizzare, di fare. La terza: come sarebbe liberatorio dell’animo
di tanti, uomini e donne, forse di tutti, poter incontrare l’arte,
la scultura, la pittura, la fotografia, fin dalla scuola, non quando
lo studio delle materie “vere”, la matematica, le lingue,
ha già consumato le forze, ma dentro il cuore delle lezioni,
al cenro del percorso formativo dei bambini e dei ragazzi. E ugualmente
quanto libererebbe cuore e mente avere il tempo per fare arte nella
vita adulta, ”attorno” al lavoro, “dentro” il
lavoro e le ore di cura della framiglia. Sono cose di cui non si capisce
ancora il valore, purtroppo, ma non sono cose impossibili. In fondo
ci siamo conquistati, nel consumismo, le ore per il fittness. Costosissime.
Potremo pure conquistarci il diritto di creare, e di imparare a creare.
Cosa ne pensate, scrivetelo a
davideferrari@yahoo.com
DAVIDE FERRARI