LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Pietro Magenta chi era costui
Ha suscitato, fra i lettori, un certo interesse il nostro articolo della scorsa settimana, innanzitutto ringrazio per l’attenzione con la quale un numero sempre crescente di bolognesi, vecchi e nuovi ci segue. Colgo poi l’occasione per rispondere qui alle domande ricevute e per raccogliere alcuni suggerimenti, tutti pertinenti. L’interrogativo più frequente che mi è stato rivolto è il seguente: “ma davvero Bologna cent’anni fa era in mano alla camorra?” “sul serio la nostra città, il nostro popolo, così’ educato e papalino era capitanato da malfattori, assassini, assaltatori di diligenze?” Per rispondere bisogna dimenticare il presente e andare ad una Emilia che sembra lontana, ma che è appena alla nostre spalle. Una terra dove a pochi chilometri da Bologna, negli stagni di Goro si moriva di fame e quel che è peggio pistolettate e i padroni delle anguille. Andar di notte con le fiocine a pescare di frodo per sfamare i propri figli, poteva valere la morte. Così per i bracconieri anche vicinissimi a noi, sulle nostre montagne, le bastonature e schioppettate erano all’ordine del giorno. La città, invece, stava un po’ meglio non si mangiavano solo castagne o avanzi dalle spigolature. Si poteva anche avere carne, una volta alla settimana e un bicchiere di latte al posto del pasto quasi ogni giorno e nient’altro che fagioli e cipolle. In questo clima diventare contrabbandieri, far svicolare alle merci di dazi di stati cattivi, quanto fantasmatici come il “dominio” della chiesa o i Ducati, era un passaggio da tentare, per soppravvivere. Così per chi esercitava un mestiere, i facchini, gli aggiustatori di tutto e di niente, come i fabbri, i sellai, i maniscalchi, mettersi in lega poteva voler dire, allora, non tanto, ovviamente fondare un sindacato ma cercare di difendersi e subito dopo di imporsi con la forza di una compagine semi-malavitosa, questo è il quadro che trovò il nuovo Stato Italiano, la monarchia piemontese, spesso lontanissima dal popolo vero, sia che fosse la “marmaglia”, dei lazzaroni di Napoli, sia che fosse a Bologna, la congrega delle “balle”, di cui abbiamo scritto. Forse capire come avvenne la repressione è significativo. Se andate nel cortile di Palazzo d’Accursio, trovate, in alto, sul muro di cinta, una lapide che ricorda Pietro Magenta. Chi fu costui. Il Prefetto di ferro della lotta al banditismo a Bologna. L’uomo che portò alla sbarra la criminalità organizzata della nostra città. Un uomo forte e onesto, ma non furono questi prefetti i veri eroi, ne lo furono i rivoltosi diventati ladri. Bologna venne salvata, a differenze di tante altre città italiane, dal fatto che il popolo trovò un’altra strada per discendersi e organizzarsi. la strada del movimento politico e sindacale per la dignità del lavoro non per il diritto a vivere diventando come bestie.
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DAVIDE FERRARI