Leopardi
a Bologna
“La casa dei pensieri” ne tornerà a parlare, all’Archiginnasio
il 25 Luglio. Non vi è nulla di più provinciale che insistere
troppo sui rapporti fra una città, la propria, e grandi personaggi
che l’hanno vissuta. Ma noi bolognesi siamo provinciali e, purchè
lo si ammetta, non c’è alcun male ad esserlo. Così
è piaciuto nel recente passato, in occasione del bicentenario
della nascita, indagare e mettere in mostra la vita di Leopardi a Bologna,
magistralmente, dall’Archiginnasio. La “Casa dei pensieri”
ne riparlerà, proprio nel suo cortile circondato da insegne accademiche,
il 25 Luglio, nell’ambito di una “due giorni” sulla
poesia nella storia e nel presente della nostra città.Si parlerà
anche di Petrarca, di Umberto Saba e di Pasolini che qui nacque. Ma
è da prevedere che il fragile e grandissimo Giacomo attirerà
l’attenzione più di tutti. E’ un esempio unico di
classico amatissimo, che nessuno può dimenticare, nessuno sente
lontano, nemmeno a scuola. Rammentiamo qui alcuni cenni di “biografia
locale”, spigolando fra i materiali delle iniziative che gli furono
dedicate. Leopardi è nato, come è notissimo a Recanati,
nel 1798. Era naturale che Bologna, la seconda città dello Stato
della Chiesa e sede di una Università antichissima, anche se
indebolita dall’incuria e dalla ristrettezza culturale dei Legati
pontifici, fosse la prima meta dei suoi viaggi nella vita, lontano dal
natio borgo selvaggio. A Bologna venne più volte tra il 1825
e il 1827, e in un’ ultima breve visita nel 1830. Lo scambio tra
Leopardi e Bologna non fu soltanto culturale ma esistenziale, i rapporti
che potè avere condussero sul piano personale ad alcune durature
amicizie. Fu Pietro Giordani, allora famoso letterato, a indurlo la
prima volta nel 1825 a venire a Bologna . Vi rimase tredici mesi, molto
importanti per amicizie, letture, incontri, scritti e idee. Giacomo
non era un ignoto giovinetto perseguitato dall’incomprensione
paterna, era , in verità, già circondato da una prima
fama, proprio a Bologna infatti erano state pubblicate, dallo stampatore
Nobili, le prime dieci Canzoni. In un brano famoso Leopardi descrive
la grande ospitalità, quasi assillante, dei bolognesi, o meglio
della parte alta della città, dei suoi salotti periferici ma
accoglienti. La ciuttà signorile è “quietissima,
allegrissima, ospitalissima”. Ma Bologna è per lui, come
sempre per chi viene da un paesello, ostile, è una città,
scura e criminosa, piena di assassini: “Qui si fa continuamente
un ammazzare che consola: l’altra sera furono ammazzate quattro
persone”. Se il popolino lo inquieta, come i portici,insieme capaci
di promuovere conversazione e di coprire delitti nell’oscurità,
un poco meglio va con la buona società. Era la Bologna di Carlo
Pepoli, cui Giacomo dedicò una epistola in versi e di Pietro
Brighenti, editore de Il caffè di Petronio, al quale Leopardi
collaborò. Il Conte Pepoli gli fu più vicino di altri,
fin dal primo arrivo a Bologna, nel luglio del 1825, anch’egli
letterato, anch’egli nobile. Leopardi prese a frequentare assiduamente
sia Palazzo Pepoli, sia il salotto della sorella maggiore, la contessa
Anna Pepoli Sampieri. Si inserì anche nelle accadie cittadine,
quella dei Felsinei e quella di Belle Arti. Leopardi cercò un
nseri,mento organico, ambì a diventare segretario dell’Accademia
di Belle Arti e ne condivise l’impostazione classicista. La società
delle lettere si confondeva con la società patrizia ed i suoi
clienti. La Rivoluzione francese era passata e il Risorgimento un fremito
già importante ma non da tutti condiviso. Della Bologna ecclesiale,
piena di chiese e di processioni, nell’anno giubilare 1826, notò
“ la cosiddetta Festa degli Addobbi”. ”Cosa bella
e degna di essere veduta” - la descrisse - “specialmente
la sera quando una lunga contrada illuminata a giorno con lumiere di
cristallo e specchi apparata superbamente, ornata di quadri, piena di
centinaia di sedie tutte occupate da persone vestite signorilmente,
pareva trasformata in una vera sala di conversazione”. Abitava
a pensione presso la famiglia Aliprandi, in una casa all’ingresso
del Teatro del Corso, che dai bombardamenti del 1944 abbiamo perduto,
in via Santo Stefano, luogo vicino a quella stamperia dove, dopo che
negli ultimi mesi del 1825 aveva messo insieme tutte le sue opere per
un’edizione d’insieme delle sue poesie, si pubblicò
l’edizione dei Versi del conte Giacomo Leopardi “dalla Stamperia
delle Muse” di Strada Santo Stefano 76. Come tutti i “fuorisede”
pensò al paese originario, pure tanto identificato, nelle poesie,
col dolore di una esistenza precocemente angosciosa. ”In certe
passeggiate solitarie che vo facendo per queste campagne bellissime,
non cerco altro che rimembranze di Recanati”. E come tutti cercò
notizie e visitò i compaesani. ”Qualche giorno fa, passeggiando
per Bologna solo, - scrive alla sorella Paolina-vidi scritto in una
cantonata Via Remorsella. Mi ricordai d’Angelina e del numero
488, che tu mi scrivesti in una cartuccia la sera avanti la mia partenza.
Andai, trovai Angelina, che sentendo ch’io era Leopardi, si fece
rossa come la Luna quando s’alza”. Angelina Iobbi era stata
la cameriera dei conti Leopardi e a Bologna aveva sposato un cuoco.
Leopardi a Bologna lavora in casa, lamentando la propria debole salute
e il “bestialissimo freddo”.Pure arriverà a dare
con fatica lezioni private per due ore e mezzo al giorno. E poi scrive
e pubblica, come si è detto.Versi ma anche critica. Il 23 giugno
1826 una sua lettera a Paolina, celebre agli studiosi, annuncia di aver
terminato il commento al Petrarca, che pure scrive di non amare più,
in nove volumi. E, naturalmente, a Bologna Leopardi s’innamorò.
È il 30 dello stesso giugno.E scrive: “Sono entrato con
una donna in una relazione, che forma ora gran parte della mia vita.
Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che
supplisce alla gioventù. Ama ed intende molto le lettere…”.
Era Teresa Carniani, quarantun’anni, fiorentina di origine, borghese
di nascita nobilitata dal matrimonio con un Malvezzi, erudita. Si avvicinò
al giovane poeta che raccomandò all’editore Stella un suo
volume di studi ciceroniani. Forse il nome fu spiritualmente galeotto.
Teresa era stato anche il nome secolare della sua “Silvia”.
Una relazione importante. Eppure presto la chiamerà “quella
strega”. Per Giacomo non fu mai facile ritrovarsi amato e, forse,
amare. Ma sapeva di valere moltissimo, e lieto sarebbe di conoscere
il nostro amore , continuo, per lui. Cosa ne pensate?
Scrivetelo a
davideferrari@yahoo.com
DAVIDE FERRARI