LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

“Graffiti, che passione!”
Un lettore mi ferma all’edicola “dei Greci”, all’angolo dove sorge il Pavaglione, proprio davanti al contenitori di metallo rosso del giornale che pubblica questi articoli. Si presenta e, con cortese insistenza, comincia a parlarmi. Dopo le attestazioni di stima e di fedeltà nella lettura della rubrica, viene al punto. “Ferrari, ma lei li ha visti i graffiti sui muri?”
“Sono dappertutto. E non sono neanche belli, guardi lì, guardi là, e laggiù, e lassù”. Effettivamente siamo circondati: segnacci, firme “giga” e improbabili, svolazzi di china e messaggi d’amore, insulti ai potenti e aforismi. “Scriva, dica che non è possibile abbruttire e sporcare così. E’ d’accordo?” “Si, tutto considerato sono d’accordo”. So bene che bisognerebbe distinguere fra artisti senza spazi e imbrattatori. So bene che alcuni graffiti sono bellissimi. Ma il problema c’è. Non pare nemmeno che il problema sia non sapere dove esprimersi. No. Il fatto è che si vuole questa espressione, ci si vuole dare evidenza segnando dove tutti devono vederti. In un mondo e in una città dove ogni cosa diventa sempre più privata, proprio il rispetto per la proprietà privata diminuisce, perchè anche il comportamento si privatizza, si deresponsabilizza. Sono parole impegnative, forse.
Riflettiamo, però, non è forse vero che dietro a tutti i fenomeni di degrado, sia a quelli gravissimi che a quelli comunque fastidiosi, c’è che nessuno sente più la riservatezza ed il rispetto per la dimensione pubblica, quello che un tempo si chiamava “decoro”? Formalismi superati? Può darsi, ma com’è brutto che lo siano. “Che si può fare, Ferrari?” chiede ancora il lettore. Chi è impegnato in politica non se la può cavare con la filosofia, lo so bene. Mi piacerebbe tuttavia che una volta almeno si potesse parlare, discutere, fino a capire insieme un po’ di più. Fino a capire che i problemi non vivono soli, che “è la sommma che fa il totale”- come diceva Totò, e, ancor più che “tirando un capo del filo, partendo da un singolo problema, si è costretti - se si onesti, a sbrogliare tutta la matassa”, perchè a ogni singola cosa segue il tutto. Erano i vecchi e saggi pensieri di Padre Ernesto Balducci, il sereno eretico prete toscano anima del pacifismo e delle comunità di base. Ma una risposta concreta la debbo. Quale? Ridipingere, ripassare la tinta è necessario, ma costa, e fare multe agli imbrattatori per pagare le spese temo sia più costoso ancora (I vigili impegnati, i pattugliamenti...). Allora, ridipengere, multare, ma anche trovare spazi dove, e lì soltanto, sia possibile scrivere, ma coinvolgendo direttamente, via per via, le ballotte giovanili, cercare di fare dei patti: “questa parete è vostra, ma le altre le guardate e le preservate anche voi”. Sono cose possibili? Forse no. Ma forse sì. A ben pensare, e l’amico lettore si dice d’accordo, lì bisogna arrivare. Insegnare, praticare e pretendete rispetto per il bene comune, gli intonaci, come per la nostra vista. Aldo Palazzeschi ha scritto quasi cent’anni fa un lungo e ironico poemetto dove una Contessa lo prendeva sottobraccio (a Firenze, a Roma? non ricordo) e, in una passeggiata, lo portava a guardare e commentare ciò che vedevano. “Andiamo, carissimo Aldo”, ella diceva e poi giù a elencare, con stile i negozi e le insegne. Un film senza la cinepresa.
Oggi vorremmo che quella “Contessa”, forse con poca nobiltà e tanta “disponibilità”, non dovesse far rilevare ( da noi come in tutte le città) al carissimo Aldo, le cacche per terra, i graffi sul muro e il grigio nel cielo.
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