LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Il castello di Galliera, ma cos’era?
Qualche giorno prima del voto si è inaugurata la ristrutturazione della scalinata del Pincio, l’ingresso della Montagnola, da Porta Galliera.
Una bella cosa. Io non sono di quelli che ricordano ai Sindaci che i loro predecessori avevano già ideato le opere che loro completano.
Non mi interessa se l’ha inaugurata Guazzaloca, proposta Vitali ed ora ne godrà la città governata da Cofferati.
L’importante è che si sia fatta. Purtroppo l’area appare funestata da spacciatori e delinquenti, come anche il Cassero della Porta, pure abbellito dal ponticello e dalla fontana. Ancora nulla da questo punto di vista è cambiato.
Ma non è di questo che voglio scrivere. Accanto al Pincio si vedono ruderi, in mattoni e pietra di una certa maestosità. Ho udito io stesso alcuni bolognesi indicare a giovani turiste, biondissime e invitanti al dialogo, gli antichi Romani come i facitori di quei bastioni. Non è così. Trattasi invece del “Castello di Galliera”, come hanno ricordato in questi mesi più volte gli uffici comunali annunciando imponenti lavori ricostruttivi che poi - naturalmente e forse fortunatamente - non si sono un gran che realizzati. Sì ma questo “Castello” cos’era? Il fatto è, anzi fu, che la Montagnola stessa non è altro che una collina costruita con i resti delle poderose fortificazioni di questo “Castello”. Nella Montagnola, e nei luoghi vicini, infatti, si è più volte combattuto per la libertà. Nei pressi di Porta Galliera, dal 1300 al 1500, i vari dominatori della città fecero costruire, per ben cinque volte, una grande fortificazione o “Castello”, per guardarsi dal popolo e vincerne le ribellioni.
I Bolognesi reagirono e distrussero tutte e cinque le volte quel Castello, e dell’ultima fortezza rimangono appunto le parti di mura e una torre che sono sul lato di viale Masini. Le macerie dei cinque castelli distrutti formarono un rialzo di terra, la nostra “Montagnola”, come venne chiamata popolarmente. Bisognò aspettare il solito efficentissimo Napoleone I per vederla trasformata , nel 1806, in giardino pubblico. Il porticato in via Indipendenza e la scalinata in Piazza XX settembre, il “Pincio”, sono di fine ‘800. Umbertini, come la orribile e simpatica “macchina da scrivere” di Roma, il bianco vittoriale di Vittorio Emanuele II. Se guardiamo bene, - ma chi lo fa oggigiorno? - Ai lati della scala, due bassorilievi rappresentano il libero Comune e lo Studio bolognese e nella prima terrazza vi sono tre grandi storie narrate dalle scultore: la distruzione del Castello di Galliera, l’ingresso di Re Enzo prigioniero e il combattimento dell’Otto Agosto 1848 contro gli Austriaci. Tre celebrazioni della forza civile, antifeudale e libertaria dei bolognesi. Il “Castello era grande e lungo, un vero bastione e alla gente non piacevano i suoi lugubri contrafforti, non erano una protezione erano un’oppressione.
Per questo, oltrechè per il fatto che comunque non si da’ oggi nessuna possibilità di ricostruirlo, non saremmo contenti di rivederlo in piedi.
Ci piacciono invece i suoi resti. E piacerebbe insegnarne la storia a tutti i bolognesi dimentichi. Così se volessero approfitare di una domanda di una bella turista per attaccare discorso avranno più argomenti, per allungare il brodo, e chissà che il Castello non sia Galeotto.
Se volete suggerire altri luoghi di Bologna dei quali serva ricordare la storia, scrivete a
davideferrari@yahoo.com

DAVIDE FERRARI