LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Le foto di Aldo Ferrari al Malpighi. Il potere della memoria
Il prof. Trevisani è una persona magra e riflessiva. Cortese e determinata. Mi fa vedere, nella corsia dove si è appena inaugurata una piccola e bella mostra di foto su Bologna anni ’50 di Aldo Ferrari, gli scaffali con i libri che il suo reparto, la semeiotica del Malpighi, mette a disposizione dei pazienti. Il tempo in Ospedale non passa mai, quando va’ bene. Le foto, i libri: l’idea è quella di rendere il luogo di cura un luogo umano, per uomini e donne, non solo per “malati”, ma per persone. Le foto scelte sono certo adatte. La qualità salta agli occhi, anche se, pare, il criterio della proposta è stato più il costume, la nostalgia, la voglia di vedere come i nostri genitori andavano alle colonie marine, con il berrettino bianco in testa, come studiavano in costume da bagno, in città, il ferragosto, senza vacanze, come guidavano il Tram che allora c’era. Un mondo che io non ho vissuto ma che sento di avere sfiorato, nato nel ’58. E poi le turiste inglesi in due pezzi. Un po’ “ocarotte” ma certo qualcuno avranno attirato. I loro costumi da mare erano un poco larghi, a sbuffo sulle carni nivee. Carni giovani ma senza palestra, non fatte per essere in mostra “24 hour a day” come oggi. Credo che per i ragazzi di allora valessero di più. E i due bimbi che, sorridendo, ma senza fermare i denti-non si sa mai!-si contendono un’unica fetta di cocomero: la foto esposta molte volte è già famosa. C’ è uno stile nelle fotocronache di Ferrari che è inconfondibile. Ricorda la scena della spiaggia della “Dolce vita”, Mastroianni-Ciangottini. C’è, oltre il realismo, un chè di affettuoso e sognante, ma anche sfumato, non drammatico, un po’ borghese. Ogni tanto sfugge alla morsa piacevole della rievocazione qualcosa di più. Come l’ordito dell’architetttura balneare, fatta di travi leggere su un lido, della foto che apre la mostra. Bruno Stefani ha scritto delle geometrie che Ferrari riportava nella struttura dei suoi soggetti. Senza predeterminazione, non c’è studio di posa, sono istantanee. E’ il talento di un ingegnere, questo studiava il fotografo quando iniziò. E c’è una vocazione al disegno finita lì, riaffiorata da generazioni, dalla madre pittrice e dal nonno generale del Genio, appassionato di trame grafiche, di “greche” aritmetiche. Torno a guardare l’immagine dei due tramvieri, soli in vettura, nella serie di “scatti” sull’estate in città. Schiacciati dal calore, sorridono in una divisa che allora faceva la differenza dal resto del proletariato. Colpiscono le panche lucide di legno. Qualcosa ho visto, io, e ricordo. Il manubrio, l’odore della vettura. Li tolsero credo, nei primi anni sessanta, ma ricordo, qualcosa ricordo. Avevo sempre, allora, un berrettino di pelle, tondo, a spicchi, con la visiera piccolina e i copriorecchi, ero un po’ triste ma guardavo tutto. Quelle facce, quella Bologna l’ho vista. Il potere di riacciuffarla in quelle fotografie riguarderà altri, forse molti, fra i pazienti del professore. Lo scopo della mostra sarà raggiunto. Il potere dell’arte e della memoria ci allungherà un poco la vita, ancora una volta. Andate a vedere le foto di Aldo Ferrari, nel padiglione 2, al Malpighi, nei prossimi giorni. Poi scrivetemi le vostre impressioni, a
davideferrari@yahoo.com