LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Come hai passato le ferie?
Come hai passato le ferie? La domanda di sempre ci viene rivolta con maggiore prudenza, in questo settembre di tragiche inondazioni e di penuria e di carovita. Pure un po’ di ferie, in molti, ce le siamo concesse. Per pochi giorni, quasi solo un fine settimana, appena un po’ più lungo di quei “week-ends lunghi” che sono diventati di moda, giocoforza. Io sono stato al Lido ed a Venezia. Ho respirato la ricchezza, del passato, le orme di Mann e di Hemingway. Ho incontrato altri bolognesi, tutti “nababbi” come me, con il kebab o la pizzetta in mano, la mezza minerale affidata alla moglie e l’aria un po’ stanca. Ho visitato quasi tutti i padiglioni della biennale, compreso quello sudcoreano costruito con i cestini rossi della Coca-Cola e con collages di unghie. Ho fatto la fila al botteghino per vedere un piccolo circo, fra molti papa’ (Che rabbia per gli animali in gabbia!!), e ho giocato a briscola nella hall lillipuziana del mio albergo, nei dì tutti di pioggia, pochi, e nelle ore di pioggia, tutti i giorni moltissime. E poi ho fatto quello che si può fare solo al Lido, sono stato a vedere l’imbarcadero delle grandi Vip. Peccato o fortuna che i loro arrivi siano cominciati, per l’imminenza del Festival del Cinema, solo il giorno della mia partenza. Pure, con la fantasia, mi sono anche divertito a pensare a chi ha, per un secolo, calcato il carpet rosso che, dalla canaletta che arriva da dietro il Casino’, porta all’ingresso dell’Hotel Excelsior. L’Excelsior! Il bolognese Fantuzzi, rappresentante di commercio, mi ha detto “Mo’ chi sarà stato a fer un lavurir acsè?”. Effetivamente colpisce, con le sue guglie “notte d’Oriente”, con i suoi merletti di mattoni, con le sue granitiche sfingi “di cartapesta”: una grande torta holliwoodiana, un pastiche dove parrebbe poter vivere solo una Lyda Borelli. E il “Des bains”, così viscontiano? Ne sarei stato più affascinato se non mi avesse sottratto alle rimembranze una furibonda partita di pallone fra bagnini. Mi hanno travolto e calpestato. Loro cercavano la palla e i reciproci stinchi, io, incautamente, passavo nella recintatissima spiaggia privè, a quell’ora espugnata dal football, evidentemente, per evitare di calpestare a “piede nudo” il mare di cozze rottamate che segna la battigia. La moglie di Fantuzzi mi aveva reso pavido e prudente. “C’è il colera, nelle cozze. Chi si taglia è perduto!”. Forse anche lei ricordava la grande paura di Aschenbach, nella “Morte a Venezia”, oppure, come mi ha detto: “E’ quella puzza un po’di fogna, che c’è un po’ anch què, dapertot, che fa pensar male, che fa’ infezione”. E poi ho fatto le mie passeggiate da solo, quando chi mi accompagna dorme, nei primi pomeriggi, camicia e pancia al vento, e sandali. Ho cercato, senza mappa (è incredibile quante cartine di Venezia dimentichiamo a casa!), l’isola di S. Giorgio dove mio padre ha fatto il militare, e, dopo qualche ricerca mi è apparsa, guardando dal Lido, con il suo scalo per idrovolanti, abbandonato. L’acqua del cielo arrossata dal tramonto. Venezia è così, anche se non si vuole commuove. E’ bastata l’ombra della guerra, il gelo del pensiero di una lettera di mio padre a mia madre, a cui non posso più raccontare le mie giornate, e la laguna ha vinto.Vince sempre contro il nostro fragile sarcasmo di postmoderni. Non c’è posto più triste, più liquido e cotto al sole, più solo e camminato, più banale e più ignoto, non c’è posto più bello al mondo. Voi come avete passato le ferie?
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DAVIDE FERRARI