LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO
Fascia boscata, si ma quando? Sono molti i padri del progetto "fascia boscata" di Bologna. C'è chi dice che fu niente meno che Kenzo Tange, il grande architetto giapponese chiamato dal Comune di Bologna, il Sindaco era Guido Fanti e dall'Arcivescovado, il Cardinale era Giacomo Lercaro, a ridisegnare, negli anni '60 il futuro di Bologna. La città cresceva, gli amministratori con l'occhio più avanti come Fanti, Umbro Lorenzini, Armando Sarti, volevano crescesse bene. Volevano che l'espansione delle periferie verso Nord, verso la pianura, fosse ordinata, con la stazione come "nuovo centro" e la Tangenziale, una realizzazione di quegli anni, come punto di riferimento. Un architetto di genio come Giuseppe Campos Venuti fungeva da orchestratore, come cardine fra la Giunta e gli urbanisti. Anche Lercaro comprese il momento e volle nuove chiese in tutte le nuove periferie di Bologna. Chiese moderne, disegnate dai migliori architetti di allora. In quest'ambito fu battezzato il progetto di dotare tutta la cintura bolognese, attorno alla Tangenziale, di una grande fascia verde, la fascia boscata, appunto. Oggi sappiamo che non è stato fatto molto e che, via via, il mercato ha imposto la sua legge e la sua edilizia più di quanto questi uomini illuminati volessero. Qualcosa però si potrebbe fare, ancora oggi. Se andiamo in San Donato, nelle zone attualmente interessate dalla costruzione della annunciata Metropolitana, fra Viale Europa e la Tangenziale, fino a quell'area che il piano regolatore dice agricola, ma che è occupata attualmente da un parcheggio, scopriamo che si potrebbe fare un bel tratto di fascia boscata. E' quanto chiedono, con il Quartiere, molti cittadini che abitano nelle strade adiacenti, ma non si tratta solo di una questione locale. In quelle aree si individua uno degli ultimi territori del nostro Comune che potrebbero essere trasformati o salvaguardati, come si usa dire, in un "polmone verde". E' quindi interesse di tutti che questo avvenga, superando usi impropri ed evitando una urbanizzazione incongrua. Immagino che i proprietari dei terreni vorrebbero valorizzare i loro possedimenti costruendoci sopra. Il Comune di Bologna probabilmente non ha le risorse per comperare, espropriando, tutte queste aree. Ecco perché già circola la voce di future realizzazioni edili che, eventualmente, permetterebbero, con gli oneri di urbanizzazione, di attrezzare a parco pubblico un pezzetto, solo un pezzettino di verde. Quel che rimarrebbe. Non sono d'accordo. Mi chiedo se non è possibile auspicare un'altra via. Mi chiedo se il Comune non potrebbe confermare nel prossimo "Piano regolatore", si chiamerà "Piano strutturale", la destinazione a verde di tutte le aree. La concertazione con i privati, forse inevitabile, partirebbe così da una certezza: l'impossibilità, per loro, di edificare. Mi chiedo se, a queste condizioni, il prezzo per il Comune non sarebbe più abbordabile. Forse potrebbero esistere anche, tra l'altro, zone alternative, già costruite dove realizzare con gli stessi proprietari nuove edificazioni, senza perdere per la strada quel po' di verde che è rimasto. Non sono poi molte, lo sappiamo, le aree dove è possibile sperare ancora in "fasce boscate". Quando un bene è scarso, la sua importanza aumenta. Per questo motivo dobbiamo essere tutti noi bolognesi, un po' cittadini di S. Donato, in questo caso. Lo comprendiamo
bene tutti: senza polmoni non si respira.
DAVIDE FERRARI |