Violenza
ad un ragazzo down, solo bullismo?
Dall’Intervento in Consiglio comunale di Lunedì 13 Novembre
2006.
Consigliere Ferrari:
”Siamo di fronte ad un fatto i cui contorni sono di una gravità
tale da fuoriuscire probabilmente dai termini che sentiamo ripetere
in queste ore, come :”bullismo”. Non sappiamo bene il luogo
dove il fatto è avvenuto, per motivi giusti di riservatezza,
probabilmente in una scuola media superiore dell’area lombarda-
milanese. Sembra, a quel che si sa, che un intera classe abbia organizzato,
per poter filmare un video, una vera e propria sceneggiatura, con tanto
di titoli di testa e lettering scritti alla lavagna, improntati ad una
franca e dichiarata ideologia nazista, con tanto di simboli, con alcuni
ragazzi nel ruolo di attori persecutori e una vittima sacrificale: un
bambino, un ragazzo disabile, considerato al di fuori di ogni umana
personalità. A questo ragazzo sono stati prima somministrati
momenti di vera e propria tortura psicologica, poi si è passati
alla tortura fisica e infine al lancio collettivo di oggetti, di libri
contro la sua persona, in una sorta di lapidazione all’Italiana.
Il video è stato messo in un’apposita rubrica di un noto
motore di ricerca, dove pare - vedremo se la notizia è vera -
che sia stato tra i più gettonati, tra i più cliccati,
tanto da essere immediatamente reperibile sugli indicatori di ricerca
perché molto frequentato. Una denuncia di una ragazza da Roma,
che si è messa in contatto con un’associazione che si occupa
di disabilità, ha permesso di arrivare alla cessazione della
possibilità di vedere questo video. Un episodio di questo genere
- che, ripeto, vorremmo conoscere meglio, e che vogliamo contestualizzare,
vedremo, ad esempio, se tutti gli aspetti sono veri, sono realistici
- tuttavia pare rimandare a numerosi gravissimi elementi. In primo luogo
non vi sono state reazioni nell’ambito del gruppo classe, e questo
deve far interrogare innanzitutto la classe, la scuola, tutti gli altri
ragazzi, le insegnanti, le famiglie. Mi sembra sia stato affermato il
rifiuto totale del concetto di rispetto e di integrazione per i ragazzi
che sono portatori di handicap psichici, che pure sembrerebbe assodato
e facente parte del comune sentire sociale. Un altro elemento: un uso
della violenza così spudorato fa pensare a realtà dove
la violenza è di casa, dove il dato che le gerarchie si impongono
“a pacchere”, come si dice, è un fatto scontato.
E ancora fa pensare l’utilizzo di certa simbologia nazista, che
non va dimenticata. Già vedo nelle agenzie di stampa che questo
elemento comincia a essere lasciato andare: no, la giovane età
dei colpevoli non li assolve dalla responsabilità di avere scelto,
sia pure certamente per una profondissima ignoranza, un’ideologia
precisa, e qui i riferimenti ideologici sono stati espliciti e si è
compiuto in nome di quei riferimenti ideologici l’atto di tortura
psicologica e fisica. Allora io credo che si evidenzino da un fatto
di simile gravità, quasi fosse la punta di un iceberg, una serie
di vaste preoccupazioni e necessarie avvertenze. Guai fermarsi all’accentuazione
del singolo caso, non bisogna montare una campagna scandalistica ma
interrogarsi su come si considera la violenza nella società,
come la si veicola e la si impone, sulle risorse e le modalità
della prevenzione della violenza, del bullismo, delle ideologie di sopraffazione,
nella nostra scuola e nel contesto giovanile. Voglio ricordare che agisce
da parecchi anni l’istituzione Minguzzi a Bologna che conduce
da tempo e nell’oggi una vasta serie di iniziative, alcune già
terminate e altre che stanno per riprendere, che tutte cercano di insistere,
formando insegnanti ma anche dirigenti scolastici, mettendo in comune
le risorse degli Enti locali, della famiglia e della scuola, su alcuni
concetti basilari che possiamo chiamare di educazione alla convivenza.
Quanto poco sia generico questo termine lo comprendiamo a partire da
fatti di questo genere. Tutto si tiene: se non si rifiuta il senso della
violenza e della sopraffazione del più forte non ci può
essere integrazione né fra generazioni né fra popoli né
fra persone di diversa abilità. Se non si rifiuta la negazione
dell’integrazione non ci può essere rispetto umano, rispetto
per la radice umana di ogni persona. Se non vi è questo rispetto
non è possibile alcun percorso educativo. Mi è venuto
alla mente un ricordo. Può darsi che mi induca ad un ragionamento
improprio, che nulla centri, magari scopriremo che il fatto non è
accaduto in Lombardia ma altrove. Pure mi è sovvenuto come io
conosca bene le scuole di quella zona d’Italia, e sono ottime
scuole. Le conosco perché per molti anni, dal 90 al 2003, vi
ho tenuto letture e corsi di didattica della poesia. Mi colpiva, in
particolare presso un grandissimo istituto della provincia di Milano,
l’esplodere in una primavera di qualche anno fa, di quei famosi
manifesti che un partito politico - non è presente in questo
Consiglio (la Lega Nord, ndr)- mise per ironizzare sulle preghiere di
alcuni cittadini presenti in quella realtà, e altri per dileggiare
l’omosessualità e così via: ogni primavera una fioritura
rinnovata. Nessuno sembrava notarli più di tanto, non positivamente
ma neanche negativamente. Se si arriva a questo, alla propaganda del
pregiudizio e dell’odio, oltre il disprezzo per la diversità,
non è poi difficile che si compiano passi in avanti su quella
strada. Tutto si tiene ed è ora di cominciare a rendersene conto.
Tirando un filo è tutta la matassa che viene ad essere dipanata.
E lungo questa matassa troviamo questioni rilevantissime, rispetto alle
quali non basta la denuncia retorica o l’appello alla moralità,
questioni rilevantissime di asse culturale e di scelta profonda che
l’Istituzione deve fare. Ogni istituzione - ripeto, dalla scuola,
all’Ente locale, allo Stato - non solo per vigilare e reprimere,
ma per assicurare un’educazione di integrazione, di rispetto per
la persona umana e per la convivenza”.
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DAVIDE FERRARI