“Cuori di nebbia”, l’ultimo romanzo di Licia Giaquinto
Il delitto, l’orrore, la carne di una Padania quotidiana.
Licia Giaquinto, dopo molti anni di milizia letteraria, (raggiunsero una certa notorietà, negli anni ottanta, alcuni suoi giovanissimi versi satirici), si fece conoscere una decina di anni fa con un suggestivo romanzo feltrinelliano: “Fa così anche il lupo”, carico di ricordi etnici, di trasmissioni di segreti femminili, di raggiante oscurità. C’era molto della sua cultura di origine in quell’opera prima, dell’Irpinia, e di un femminismo ancestrale, fatto di grembiali infiniti e misteriosi e di “cose” di donne e di streghe. Vive a Bologna da molto tempo. E torna all’attenzione oggi con un altro romanzo, “Cuori di nebbia”, dove la sua emilianità acquisita, la sua assorbita padanità, è nei luoghi descritti, nelle frasi delle testimonianze che fanno l’ordito del racconto, ma dove non si perdono le tinte forti delle origini del linguaggio dell’autrice. “Ci sono i vivi e ci sono i morti a raccontare in prima persona come sono andate le cose nei campi gelati lungo la via Emilia. Vittime, assassini e testimoni forniscono, alternandosi, la propria versione dei fatti e allo stesso tempo espongono alla luce, in una sorta di confessionale, l’intima verità della propria esistenza.” Così ci informa la scheda dell’editore, il palermitano Flaccovio, cui già il pubblico dei lettori bolognesi deve molto per avere edito il belllissimo “I ragazzi del coprifuoco” di Giuseppe D’Agata, poche stagioni orsono. E la scheda non mente. Le parole delle quali è fatto il libro sono quelle delle persone in gioco. Parole affluenti, popolane, lucidate da un realismo appena ricolorato da una mano di coppale, da un’esibita espressività cui tendono i personaggi, Sono i loro desideri, il loro sesso, la loro violenza, la loro innocenza a tratteggiare i tempi ed i luoghi, non viceversa. Le voci dei testimoni si susseguono una dopo l’altro, al lettore intrecciarli e ricostruire i fatti. I capitoli hanno il nome dei personaggi, la natura della nostra regione affollata lungo la via Emilia in una ex-campagna pienissima di uomini e donne senza illusioni, dove la voglia di vivere sembra essersi trasformata nel tentativo di difendere, costi quello che costi, almeno un poco di quella vita, di quel giorno da carpire, che si sente sempre più precario, insidiato. Il delitto sembra presentarsi figlio di questa trasformazione dell’emilianità. La nebbia, il cibo, l’eros sono ancora, ma senza l’orgoglio e la misura che da la speranza laica, la fierezza di un’alterità rispetto all’oscurantismo, all’ingiustizia. Il bene e il male non tanto convivono quanto non riescono più a orientare, a discriminare, a essere compresi come differenti. E’ una Padania malata, eco avvelenata delle volontà di un tempo. E giunge utile l’attitudine dell’autrice ad una affabulazione densa e affollata, che le viene da lontano, a parlarci di una terra che altri ci descrivono ancora troppo blandamente. I sette personaggi della Giaquinto vivono, tramite le loro parole, quando la vena è più forte come certe figure indimenticabili che nella notte di un treno abbiamo incontrato, e, quando la vena è leggermente appanata assomigliando un poco ai testimoni alla sbarra dei giudici televisivi di Forum. La lussuria di un realismo che da Petronio a Malaparte, a Domenico Rea ha presentato l’orrido vero, unendo scandalo a commozione, è un registro pesante da mantenere. La forza di Giaquinto sta nello sfiorarlo, nel toccarlo con un dito, più volte. E’ poco? E’ moltissimo.
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DAVIDE FERRARI |