L’economia
della cultura
Bologna discute sulle sue reali condizioni economiche. Non possono essere
descritte come difficili solo per cause psicologiche. Non convince l’agiografia
che descrive una città pigra dove gli imprenditori non hanno
più voglia di investire. No, le scelte di puntare sulla finanza
anziché sulla produzione sono state consapevoli, gravi e richiamano
precise responsabilità. Ma ci sono anche altre questioni, strutturali.
Da tempo, nella città, le generazioni e le provenienze non si
incontrano più. Non solo manca manodopera tecnica, come è
noto, ma si arriva, non da oggi, a mettere in forse la continuità
nella catena di trasmissione nella proprietà e nella direzione
delle imprese. Molti sono i giovani che hanno voglia di fare, ma manca
quello che nel sociale si è chiamato: “chi verrà
dopo di noi”. Chi verrà dopo coloro che in decine di piccole
e medie aziende hanno fondato, o mantenuto in alto, l’impresa?
E’ grande il gap generazionale, sia di aspettative, sia di volontà
di vita. Il problema riguarda anche i ruoli intermedi. Colpisce il buco
nero della mancata programmazione integrata di scuola, formazione e
sviluppo economico. L’istruzione tecnica tradizionale è
caduta in grave minorità nell’immaginario della nostra
società, e soprattutto è mancato l’investimento
in un’altra formazione tecnico-professionale, alta, rivolta ai
settori della comunicazione e cultura. La vicenda del Polo artistico
deve far riflettere. E, punto cruciale, abbiamo un’Ateneo che
crea una vasta serie di professionalità che non paiono però
inerenti, non certo per colpa dell’Università, ai modelli
sociali ed alle concrete scelte di sviluppo di questa città.
Da quanti anni si dice che il futuro di Bologna non si avrà senza
dare sbocchi alle migliaia di laureati nell’informazione e tecnologia,
nella comunicazione e cultura? Invece anche qui c’è “fuga
dei cervelli”. Bisogna sbloccare carriere che oggi devono aspettare
vent’anni per avere un esito nella ricerca o nell’insegnamento
e incrementare produzioni dove i nuovi tecnici possano “ingegnarsi”.
Senza distretti produttivi comunicazionali, culturali, artistici, non
rinverdiremo altre produzioni, mature, ma sprecheremo quelle generazioni
nuove, ormai sono già due o tre, che già la formazione
produce. Conforta verificare l’assoluta chiarezza con la quale
il Presidente Errani ha posto come priorità l’economia
della conoscenza e della cultura, nel programma di governo della Regione.
Una priorità che per Bologna è vitale. C’è
una seconda grande questione. Quella delle dimensioni. Noi siamo una
città metropolitana per problemi e ospitalità, ma non
lo siamo come numero di abitanti-cittadini, come leve di governo e come
rappresentanza già istituzionalmente acquisita di un territorio
abbastanza grande per potere fare un salto di qualità. Ecco allora
il tema: affermare Bologna non come capoluogo burocratico, ma come capofila
di un territorio molto grande, che io penso vada “dalla città
al mare”. Quell’area dove già si lavora assieme con
una sola università, con HERA, e si deve farlo per aeroporti
e fiere. Il Sindaco Cofferati ha portato un punto di novità:
l’obiettivo di una forte collaborazione fra Bologna, Firenze e
Venezia per internazionalizzare, raggiungere l’eccellenza. Bologna
nel “Grand Tour”, dunque. Non come fuggevole tappa di sosta
(ricordate il diario di viaggio di Goethe?) ma come meta. Non è
in contrasto con un’altra integrazione, quella delle radici dei
progetti e dello sviluppo, quella della governance territoriale. E qui
il riferimento deve essere invece ad un’area contigua, ma estesa,
che bisogna unire e saper interpretare, per fondare davvero un ruolo
di Bologna. La Regione si è data l’obiettivo di programmare
passando dal policentrismo, che oggi diventerebbe dare un poco a tutti
e niente a nessuno, alla rete delle eccellenze. Bologna deve diventare
una porta di accesso a funzioni elevate, che altri centri in tutto il
settore padano di centro-nord-est, non potrebbero assicurare. Ma la
competizione è forte, Milano vicinissima. Da sola Bologna non
ce la farà. Bisogna pensare ad un territorio a lei integrato,
l’area metropolitana provinciale, ma anche un’area più
vasta. Insisto: guardiamo là dove l’offerta del turismo
di costa si può unire all’offerta d’arte della città,
dove due fiere oggi in concorrenza possono essere il nucleo di un’alleanza
più vasta, regionale, di tutto il sistema fieristico. Sistemi
di comunicazione rapidi potrebbero consentire di integrare davvero l’aeroporto
di Bologna con lo scalo di Forlì. Anche Modena, che entrerà
in Hera, può essere interessata a creare un polo di dimensioni
sufficienti per competere. Sono argomenti più importanti che
non discutere del fatto se si anima o no il volano delle costruzioni.
Molti insistono per affidare all’edilizia, alle sue caratteristiche
anticicliche, il ruolo di stellone di salvamento. Sempre lo si pensa
quando non si sanno ipotizzare altre cose. Ma in questo modo si dissipano
territorio e risorse, non si edifica il futuro.
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DAVIDE FERRARI