Contro la
Bologna che non vogliamo più: con la forza dell’ordine
e del dialogo
Navile è il quartiere più grande di Bologna. Tiene assieme
la Bolognina, Corticella e le Lame. Realtà molto diverse ma tutte
segnate dalla convivenza fra agio e nuove povertà che è
tipica delle periferie della nostra città. Non è possibile
infatti, a Bologna, pensare ai quartieri periferici come ghetti, dormitori,
degrado. Ancora regge la progettazione urbanistica dei migliori anni
della Sinistra. Regge, sì, ma con molte smagliature. In particolare
i flussi migratori non governati, l’acuirsi del fenomeno della
criminalità, la latitanza delle istituzioni comunali stanno mettendo
a dura prova la tenuta del contesto sociale in tanti punti decentrati.
Mi ha stupito, mi indigna, in questi anni nei quali sono stato in Consiglio
comunale, vedere come delle periferie poco si parli, di come l’attenzione
venga riservata solo ad alcune realtà privilegiate, per altro
non so’ con quali frutti concreti anche per loro. Si è
parlato molto, in questi giorni, dell’assenza del Sindaco di Bologna,
Giorgio Guazzaloca, dai momenti di governo “vero” della
città, dal contatto diretto con i cittadini, dall’ascolto
e dalla visione dei problemi più gravi. Domenica scorsa mi sono
recato alle Lame, alla Pescarola, per discutere con tanti cittadini
di uno di questi gravi problemi. Cosa succede? Ormai da tempo si è
andata formando nelle vie Roveretolo-Benazza, zona Marco Polo, una vera
e propria bidonville. I cittadini hanno paura, le famiglie nomadi che
hanno trovato rifugio abusivamente su terreni di quella zona vivono
senza alcuna garanzia di igiene e sicurezza, in particolare i bambini.
E’ noto cosa pensano degli “zingari” tanti di noi.
Ma qui la colpa non è tanto loro quanto di chi gli ”affitta”
nel più totale abusivismo, il proprio terreno per sistemarvi
delle roulottes e dei baraccamenti. Sì, proprio a Bologna, basta
fare pochi chilometri dal centro ed eccoci di fronte ad una situazione
che può diventare come quella delle borgate abusive della Roma
pasoliniana. Da lontano può apparire perfino un fenomeno curioso,
ma da vicino è un’infezione, un gravissimo elemento di
degrado sociale. I residenti hanno paura. La loro protesta hanno deciso
di continuare ad esprimerla civilmente, senza alzare la voce, con lo
strumento di una petizione. E’ molto attivo il Presidente del
quartiere, Claudio Mazzanti, un amministratore infaticabile e stimato.
Ma quanto può durare questa condizione di civiltà se il
Comune e le Forze dell’Ordine non intervengono, con decisione,
per sgomberare le realtà abusive, trovare una diversa soluzione
per i nomadi e assicurare alla Giustizia chi ha compiuto o compie atti
criminosi. Ho sentito ripetere, in quell’assemblea, la parola
”mafia”, come responsabile dell’abusivismo. E’
una parola troppo grossa, ma i cittadini ci avvertono che stiamo toccando
un punto limite. Oltre non c’è più Bologna, ci sono
la Magliana, le borgate, la legge del più forte e l’assoluta
emarginazione. Purtroppo, se Roveretolo è fra le più gravi
realtà, non è l’unica. Si segnalano altri gravi
insediamenti abusivi, come quello in via Peglion. Una domanda precede
la proposta che sempre avanziamo al termine dei nostri articoli. Cosa
intende fare il Sindaco di Bologna? Un problema così grave deve
essere scritto nella sua agenda, non delegato. Si recherà sul
posto, chiederà alle Forze dell’Ordine di intervenire,
e si occuperà dei problemi sociali connessi alla accoglienza
di famiglie nomadi, della scuola, della sanità? Da parte mia
lo sollecito, con forza, dai banchi del Consiglio ed anche da queste
colonne. E poi avanzo una proposta. Innanzitutto bisogna fare quel che
si deve, sgomberare e mettere in sicurezza i siti abusivi e chi vi abita
intorno. Predisporre nei campi già attrezzati e in strutture
adeguate la sosta e la permanenza delle famiglie nomadi. Ma, poi, dopo,
mi piacerebbe che dove vi erano i punti di abusivismo, almeno in una
loro parte, non si costruisse. Vorrei venissero trasformati in piccoli
parchi del ricordo, con in mostra le foto dell’avventura di sfollati
e migranti, accanto all’indicazione di come hanno trovato, se
e quando l’avranno trovata, una risposta le loro domande di vita.
ed anche le testimonianze, anche quelle più crude, dei cittadini
che hanno subito danni o furti. Se il dialogo è così difficile
e può avvenire solo quando l’illegalità viene contrastata,
potrebbe almeno realizzarsi nel ricordo. Anche questa è Bologna:
la memoria del disagio, la verifica di quanto si fa per superarlo. Cosa
ne pensate?
Scrivetelo a davideferrari@yahoo.com
DAVIDE FERRARI