LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

La “causa longa” di Bologna e “la balla dei malfattori”
Centocinquanta anni addietro, S.Stefano come Scampia. In questi giorni si parla molto di lotta alla criminalità e di sicurezza in città. Prosegue il difficile ma importante dialogo fra l’amministrazione comunale e i cittadini riuniti nei “Comitati” di lotta al degrado urbano. Nella memoria di noi bolognesi la città, oggi investita dal turbine della globalizzazione, con precariato, immigrazione, vagabondaggio e aree di miseria, è ancora ciò che era ieri :la città dell’ordine e della tranquillità, della serena sicurezza sociale e civile. In realtà questa condizione venne raggiunta da Bologna solo con il secondo dopoguerra e le grandi esperienze di governo del PCI e della sinistra. Bologna più antica era una città inquieta e tutt’altro che ricca. Quando si realizzò l’unità d’Italia, ad esempio, uno dei problemi più gravi che la nuova classe dirigente “piemontese” si trovò ad affrontare fu proprio quello del crimine. Un crimine organizzato, assai simile alla camorra napoletana, radicato nei quartieri e capace di proporsi come il vero governo del territorio. Oggi sembra incredibile ma la città dei borghi e delle contrade era anche questo. Bologna, intorno al 1850, era infestata da una grande cosca che aveva il nome di “balla” (in dialetto “bala” significa combriccola, gruppo di amici ma anche associazione fra lavoratori, come le notissime “balle” dei facchini). Poi la balla si riorganizzò, suddividendosi in varie squadre. Le squadre erano molte, quasi una per cantone. In primis quella centrale o “balla dalle scarpe di ferro” o di piazza, composta dagli uomini più “arrischiati e feroci”, come i fratelli Ceneri il cui piede era sul collo di tutti i banditi associati. Poi quella della Fondazza, capitanata dal tristemente noto Innocenzo Oppi, contrabbandiere, poi ladro, poi grassatore, quella di strada S.Stefano, con il “Capitano Ferdinando” Guermandi, quella di Torleone, quella di Saragozza, quella di San Felice, quella di Mirasole, quella delle Lamme, quella della Montagnola e quella “dei giocatori”. Gli esponenti delle cosche frequentavano soprattutto il Caffè dei Viaggiatori, la locanda Alessio, il Caffè delle Palazzine e il “Contavalli” in via delle Belle Arti. Notiamo una cosa. Come sempre nei fenomeni di vasta criminalità, pensiamo al rione Scampia della Napoli di oggi, con la rivolta delle mamme a favore dei boss locali, popolo e malaffare condividevano vita e a volte percorsi di sopravvivenza. Così uno dei Ceneri fu quasi un garibaldino, andando a raggiungere i mille non si sa se per spirito democratico o per fare qalche buon colp, e la carriera di Oppi ci dice una cosa chiarissima. Chi comincia con il contrabbando non è propriamente un criminale, si rivolge a quelle illegalità che per secoli, come il bracconaggio, potevano illudere di sbarcare il lunario. Il Questore Magenta fu l’uomo di ferro del nuovo regime. Provarono a eliminarlo in vari modi. Furono assassinati de funzionari della Questura, che veniva minacciata anche con manifesti affissi ai muri della città. Accoltellarono, in più, per sbaglio un disgraziato, mentre stava risolvendo un suo bisognino, dietro a un ristorante, scambiandolo per un uomo della legge. Lanciarono, con poca fortuna, una “bomba alla Orsini” contro il Questore, causando però soltanto una ferita al malleolo di un suo ispettore. Le indagini andarono avanti, con gli strumenti dei confidenti e qualche maniera spiccia. Dopo gli arresti si tenne nel 1864 a “causa longa”, un vero e proprio maxiprocesso ante litteram, che si concluse con condanne ai lavori forzati e al carcere. Cento dieci i processati. Infiniti i reati in giudizio. Fra quelli che a noi ora sembrano curiosi l’assato alla diligenza alla locanda dello Sterlino- esiste ancora. Evidetemente a cinquecento metri dalle mura era già Far West. Non propongo un gemellaggio Bologna-Napoli, ma come si vede tutto il mondo, ieri o oggi, è un paese.
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DAVIDE FERRARI