Una caserma
rosa
Qualcuno ricorderà un film americano dell’immediato dopoguerra
dove il protagonista era un sommergibile, costretto ad essere tinto
di rosa per poter ripartire da un guazzabuglio di avarie e di impedimenti.
Si confrontavano, scena dopo scena i talenti di un imperturbabile Gary
Grant e di un irrefrenabile Tony Curtis. Cosa più strano di un
sommergibile rosa? Una caserma tutta rosa. Esiste. A Bologna. E’
dei Carabinieri e si disloca fra via Oretti e via dello Spalto, nel
quartiere Savena. Ha un’aria da kursaal marino, piuttosto che
da arcigno edificio di presidio. Mi aveva sempre incuriosito. Da quale
storia poteva provenire un edificio così bizzarramente adibito
ai militari tutori dell’ordine? Mi ha raccontato la sua storia
Franco Boninsegna, uno che abita da sempre al rione Pontevecchio. Ho
incontrato Boninsegna a un tavolino della Pasticceria Siciliana alla
Festa dell’Unità, sempre in gamba, con la sua meritata
aria di capopopolo. Da almeno vent’anni lo conoscono tutti come
il leader storico del movimento sportivo, della società Pontevecchio,
appunto. Ma la storia di Boninsegna è molto lunga. Negli anni
Cinquanta era “il più svelto” dei giovani del Pci,
allora moltissimi. Saltava come un grillo fra una manifestazione di
piazza e un comizio volante. La “caserma rosa” allora era
una casa del popolo, questa la chiave del mistero che Boninsegna mi
ha rivelato. Costruita dai socialisti prima del fascismo era appena
tornata al popolo quando il duro ministro di polizia Scelba pensò
bene di farla requisire dallo Stato. Uno Stato che assunse il volto
poco nobile di una vera e propria occupazione militare, quel giorno,
non ricordo più la data (ma che importa?) nel quale vennero sgombrate
con modi bruschi e numerosi arresti le donne del rione, in prima fila
nel difendere l’agognato ricreatorio. Fu una questione di libertà.
Per questo il “ragazzo rosso” Boninsegna fu in prima fila,
riuscendo anche a farsi trattenere dalla truppa e poi a sfuggire, e
poi a ritornare più volte quella giornata. Il suo racconto è
senza vanterie, prosegue negli anni seguenti, fatti di scherzi ai poveri
Carabinieri colà insediati. Si rammemora anche di Marescialli
minacciosi ma, in fondo in fondo, tolleranti. Il mestiere, come la classe,
non è acqua. Soprattutto per chi, come un Cicì vive nel
territorio, giocoforza, ogni giorno. Nel frattempo i “compagni”
sarebbero stati in grado persino di costruirne un’altra di Casa
del popolo, vicino, in via Sicilia. Ma le origini del bell’edificio
di via Oretti, con terrazze e parco d’intorno, non sono mai potute
essere smentite dall’uso militare. Forse proprio le loro forme
gentili avranno indotto l’Arma a usare quel colore sulle pareti.
I Carabinieri oggi servono più che mai, in città, e la
loro professionalità è una garanzia di sicurezza. Ma sarebbe
bellissimo se si, in quella “caserma rosa”, potessero sentire
ancora le note di una dance popolare. Proprio non riesco, invece, a
immaginare l’effetto che possano farvi fanfare ed alzabandiera.
Per carità! E’ un sogno non una rivendicazione. Ma i Marecialli
che si sono susseguiti in questi anni, sono convinto, sarebbero contenti
di festeggiare con quei “vecchietti” di oggi che furono
ieri gli indomabili ragazzi della periferia rossa. Lo so, servirebbe
una spinta iniziale per fare una festa così. La frattura fu,
allora, davvero drammatica. Potrebbero essere le donne a prendere l’iniziativa.
Le mogli dei militari e soprattutto le mogli di quei ragazzi. Le donne,
si sa, hanno uguale coraggio ma molto più sale in zucca.
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DAVIDE FERRARI