LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Un sogno: camminare tranquilli in via Zamboni


Via Zamboni è nota, forse in tutto il mondo, come la strada dell’Università di Bologna. Ogni giorno sono migliaia e migliaia i giovani studenti e tanti i docenti che vi camminano. E’ l’altra Bologna. Di fronte alla città degli anziani, e a fianco della città di tutti, è da sempre l’immagine vivente di un’altro mondo, tumultuoso ma allegro, divertente, dove le idee si muovono con la velocità dell’età migliore.
Purtroppo però, da molti anni, via Zamboni è anche tutt’altro. Dapprima divenne, negli anni ’70, il fortilizio delle principali correnti politiche, anche di quelle più estreme. I fori delle pallottole sul muro della vicina via Mascarella, dove venne ucciso Francesco Lo Russo, nel ’77, sono il ricordo permanente di una tragedia, che non ha avuto giustizia, e che ha segnato una generazione. Ma negli anni ’80 il fortilizio ha cominciato a trasformarsi in una zona franca, la politica ha ceduto il passo a bem altre emarginazioni. E’ probabile che le forze dell’ordine abbiano inteso scambiare la permissività in una zona con la speranza di evitare contagi in altre. Ma nel frattempo Bologna stava cambiando: alla criminalità limitata di sempre diveniva via via giungendo la “massa di manovra” di centinaia di emarginati, vagabondi, criminali veri e propri.
Si sa che cosa è cosa è successo: camminare tranquilli è diventato un sogno, la minaccia della droga, dell’aggressione, del degrado una realtà. Mi interessa qui notare, però, che, negli ultimi anni, dopo la svolta politica al Comune di Bologna, in molti pensavano soprattutto tra i residenti e i commercianti, che potesse iniziare un’epoca nuova. Non è stato così. Per nulla. Proverò, fuori da ogni polemica, a dire perchè. Si è cercato di combattere la criminalità con un mix di repressioni “annunciate” e libertà di circolazione per auto private, davvero praticate. Ricordate? Sembrava che a togliere i sensi vietati e a far passare le macchine si sarebbe risolto ogni problema. Invece bisognava andare in senso del tutto contrario. Ciò che può davvero allontanare l’effetto “zona franca” è incrementare tutto ciò che favorisce la presenza, la ”vita”, diurna e notturna dei cittadini, a cominciare dai più giovani e dalle famiglie. Certo è una strada più difficile, ma, le migliori esperienze che sono state portate avanti nella zona universitaria (come quella dell’associazione Universo nel giardinetto di via del Guasto) lo dimostrano. Ci vuole maggiore Polizia ma anche una maggiore vivibilità, non lo smog nei polmoni. Con i gas di scarico non scappano gli spacciatori, si avvelenano i residenti e gli studenti. Mi ha fatto molto piacere leggere il testo di una petizione di tanti studenti dell’Università, che hanno chiesto la pedonalizzazione di un largo tratto di via Zamboni e la realizzazione di una pista ciclabile che attraversi tutta l’area universitaria. Mi ha fatto anche piacere constatare come la stessa Giunta attuale del Comune sembra stia facendo autocritica. Proprio la scorsa settimana è stato semi-pedonalizzato il primo tratto di via Zamboni.
Lo so. La “battaglia” per liberare la zona non sarà facile. Nessuno ha la ricetta in tasca, come suol dirsi. Ci vogliono molte cose concrete, fatte da molte persone: gli amministratori comunali, la polizia, l’Università medesima, gli studenti e gli altri cittadini. Ci vorrebbe una rivolta non violenta fatta anche di piccole cose. Per esempio: a noi non piace l’ordinanza che vieta di consumare alcolici in strada, che ha portato soltanto nuovi accumuli di cocci di bottiglia nelle strade limitrofe. Però vorrei che gli studenti si impegnassero in prima persona per evitare bivacchi alcolici. Se ci vuole una pista ciclabile non la si vorrà ingombra di vetri rotti. Il sogno di tutti, domani, è di poter camminare tranquilli in via Zamboni. Un sogno? No, un diritto. Cosa ne pensate?
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DAVIDE FERRARI