I
nostri “borghetti”
Se vi capita di andare a Parma scoprirete che nella parte antica le
vie si chiamano “Borghi”. Io stesso ho avuto, in gioventù,
una dolce frequentazione in Borgo Fiore. Ancora oggi l’immagine
della ragazza è il nome Gentile del luogo sono, nel mio ricordo,
inscindibili. Come mai, allora, Bologna ha perduto questa usanza e le
sue strade e i suoi vicoli hanno nomi più prosastici e banali,
quali via, strada, ecc.? Non lo so, però, conosco il permanere
nei modi di dire dei vecchi bolognesi di più di una traccia di
quando anche a Bologna ci si divideva in borghi. Per esempio la più
nota poesia-canzone del vecchio Quinto Ferrari - ricordate? - comincia
così: “Bourg San Pier, Pradel, du stradivel c’an
litigaven semper par la Madona...” si, Borgo San Pietro, Sant’Apollonia,
il Pratello erano borghi, anzi “i borghetti”. Borgo San
Pietro ancora si nomina così. Il “borghetto” più
famoso - chiedetelo ai vostri nonni - era però quello di Santa
Caterina, in Saragozza. Questa piccolissima strada, che ancora oggi
appare avere un’aria diversa, isolata è stata un vero e
proprio mito, per secoli, della memoria collettiva dei bolognesi. Per
qualcuno era la strada degli assassini, per molti quella delle prostitute.
Si diceva che andarci la sera, se non si era del borgo, voleva dire
ricevere una coltellata, sicuramente. In realtà era un luogo
di orgoglio sottoproletario, le donne di Santa Caterina passavano la
vita intera senza uscirvi praticamente mai. Gli uomini, fossero facchini
dei Conti Masetti, i nobili della zona, degli Albergati, i ricchissimi
mercanti che furono persino mecenati di Carlo Goldoni, oppure fossero
davvero dei “birichini”, vale a dire dei poco di buono,
dei “bravi”, avevano comunque un controllo ferreo del loro
piccolo territorio. Lì comandava il popolo, non il Cardinal Legato,
non il prefetto del Re d’Italia. Il partito comunista, nel dopo
guerra, fin quasi agli anni ‘70, in qualche modo, ereditò
l’anima di quei “popolani”, il loro sovversivismo
genereso. Si teneva, al borghetto una famosa festa dell’Unità
in strada, dove il più a destra era un’anarchico, volente
o meno il Partito ufficiale. Una bella ristrutturazione edilizia ci
ha conservato le case, fino ad oggi, ma non è riuscita a conservarci
lo spirito degli abitanti. Il bravo scrittore Antonio Meluschi ci narrò
di alcune figure straordinarie della storia di questa Bologna poverissima
e piena d’orgoglio. Commovente, nel suo racconto, la storia di
una prostituta, una certa Gotti Freda (Goffreda, della Mannaia). Viveva
nel ‘500 e quando i papalini imposero alle donne della “leggera”
di indossare una sciarpa gialla che le segnasse sempre al disprezzo
dei cittadini ben pensanti, uscì finalmente dal suo borghetto,
sfidando il potere, per protesta. Un borghese di allora diede il segnale
dell’omicidio, tirandole un sasso in piena fronte, gli uomini
dle borgo reagirono, ma - così scrisse il Meluschi - la povera
Goffreda venne trovata lapidata, la mattina dopo, reclinata su se stessa
“come se pregasse”. La storia ci commuove ancora oggi e
ci insegna come per i poveri e i disgraziati il bel tempo antico non
sia mai esistito e come il rifiuto di quelle che, ai giorni nostri,
chiameremmo ghetti, o “stelle gialle” di nazistica impronta,
sia stato sempre presente. Vedete come parlare di quello che Bologna
fu vuol dire capire una lezione valida per sempre. Per la libertà
può voler morire anche una puttana.
Conoscete altre storie della “vecchia Bologna”, quelle vere,
senza la retorica delle oleografie? scrivetemele a davideferrari@yahoo.com
DAVIDE FERRARI