LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Bologna: i Nidi. Per dare una “prospettiva immediata”
La situazione negli asili Nido, che vede un forte aumento della domanda del servizio e conseguentemente una crescita di liste d’attesa rilevanti, è venuta via via in maggiore evidenza negli ultimi 5-6 anni. Le cause sono chiare. Si torna a fare figli. Ma li si fa ad una età nella quale l’aiuto dei nonni non può essere totale. Le forme del lavoro si precarizzano, gli orari si diversificano. Quindi le famiglie sono composte da papà e mamme che non “si vedono” per molte ore. Da qui una domanda di servizi educativi a tempo lungo. Chi sosteneva che l’orario lungo del nido “tradizionale” rispondesse a logiche sorpassate e che soltanto servizi a orario molto assottigliato e flessibile avrebbero incontrato la domanda, è servito. Purtroppo queste tesi, insieme alla crisi fiscale del sistema pubblico, sono fra le responsabili del perdurare di una offerta del tutto inadeguata, a livello nazionale, e, se pur molto vasta, mantenuta più o meno costante e quindi divenuta insufficiente, a livello locale. Partiamo da qui, dalle cause delle difficoltà. Da questo punto di vista la polemica, fra privatisti e pubblicisti, di questi giorni a Bologna non mi appassiona. Il programma della giunta Cofferati è più avanti. Abbiamo la cultura, negli operatori, nell’ università, negli apparati del Comune, nella società per andare avanti. Sei scelte, confermate o prese subito e tutte insieme, fanno imboccare la strada giusta, quella di una “immediata prospettiva”.
1) Occorre rapidamente promuovere, con accordi fra il Comune e altre amministrazioni pubbliche, dotate di rilevante personale e di spazi (Regione, Provincia, Università, Ospedali ecc), la nascita di nuovi nidi territoriali ma con posti dedicati a bambini di famiglie di lavoratori in questi enti. E’ un impegno concreto e prioritario quello di alleggerire la domanda, di una quota significativa, con accordi, certamente possibili e positivi, fra pubblico e pubblico.
2) Il nido comunale non può essere un residuo. Il precariato va ridotto sostanzialmente, anche in tempi di vacche magre. Quindi bisogna programmare, con precisione, quanto, nel prossimo quinquennio può ragionevolmente essere la quota di risposta “tutta pubblica” e con quali risorse umane. E raggiungerla. Niente di più, sarebbe demagogico, niente di meno, sarebbe irresponsabile.
3) Occorre insistere sul “Project financing”. Un nido costruito, con tutti i crismi ed il controllo del Comune, da una impresa forte non è generica privatizzazione. I primi esempi sono buoni e non si devono negare per partito preso.
4) Nuovi nidi privati minori: bisogna far nascere o crescere imprese sane, assicurare ambienti idonei e una occupazione ed una formazione serie a chi ci lavora. I nidi non sono le “Scuole dell’infanzia”. Lì esiste da decine e decine di anni un privato sociale, con limiti, ma comunque consolidato. Nel nido è nato da poco. Occorrono “scuole di nido” e “prestiti d’onore, per chi vuole aprire o migliorare una struttura, soprattutto incentivando la nascita di cooperative fra educatori già con l’esperienza del servizio pubblico.
5) Tutti gli altri servizi diversificati vanno considerati non un’ alternativa al nido, ma una integrazione. Ci possono essere stagioni nelle quali la famiglia ha la possibilità o la volontà di non scegliere il nido. Analizziamo le esperienze in corso, mantenendo ed estendendo le migliori.
6) Occorre dotare di una guida il sistema integrato dei servizi e delle scuole per l’infanzia. Facciamo al più presto una Istituzione che garantisca autonomia e partecipazione delle famiglie.
E’ poco? A me pare moltissimo.
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DAVIDE FERRARI